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I care... Angola

Benvenuti nel mio diario africano :) Angola una terra a me cara e nella quale vivo, Lixeira il nome della favelas che mia ccolse nel '98 e che è stata la mia casa dal 2004 al 2006

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June, 2009

ho preso coscienza

Luanda 29 06 2009

Cari amici un breve rapido caro saluto.
Vi scrivo dopo aver celebrato la mia prima Santa Eucaristia da Diacono.
Ieri, durante l'ordinazione ero stranamente tranquillo e calmo. Ho vissuto quei momenti con una grande intensità, ma con decisa tranquillità, me ne sono stupito in verità.
Oggi sembra che le cose siano andate diversamente. Prima della Celebrazione Eucaristica mi sono preparato, letto il Santo Vangelo e quant'altro fosse di mia responsabilità. Sono arrivato dinanzi al Tabernacolo, fatta la genuflessione... non ho più capito nulla!
Non mi venivano le parole, non sapevo più cosa fare, cosa dire
Dinanzi al Vangelo mi sono bloccato, mente vuota e bocca chiusa. Silenzio per qualche secondo. Stavo morendo.
Mi sono reso conto in quell'istante che ero chiamato a dar la mia voce a Gesù, e "l'indignità", le mie debolezze, tutte mi sono passate dinanzi e non riuscivo a parlare.
Poi poco alla volta sono tornato alla normalità.
Ieri dopo l'ordinazione scherzavo con un altro diacono ordinato con me, era stato agitatissimo tutto il tempo, oggi stavo 20 volte peggio di lui.
Mi si chiede di benedire, mi rendo conto di quanto devo convertirmi per dare spazio a Gesù, affinché possa davvero essere suo strumento.
A chi crede chiedo una preghiera, a chi non crede un buon pensiero.
Stefano

May, 2009

Sport, strumento educativp prezioso

Luanda 1- 05 – 2009

Ciao cari amici, vi racconto qualcosa del Polidesportivo Dom Bosco.
Il nostro progetto di utilizzare lo sport come mezzo d'inclusione sociale, sta dando i suoi frutti.
Grazie a degli amici, italiani, brasiliani, siamo riusciti ad avere dei finanziamenti che ci stanno aiutando. Il valido aiuto dell'Intercampus ci sta permettendo di qualificare il nostro lavoro con gli allenatori di calcio.
Stiamo costruendo dei campi nella favelas della Lixeira: nella comunità di Trilho, Boa Vista e sono stati terminati nel centro di Santa Bakita. É stata riabilitata l'illuminazione del Nucleo di san Paolo.
Sono state delle cifre importanti, per noi impossibili se non avessimo avuto l'aiuto di due multinazionali brasiliani che operano nel campo della grande edilizia: Odebrecht e Camargo Correa, alle quali vanno i nostri più sentiti ringraziamenti.
L'aiuto dell'Inter ci ha fatto realizzare un corso per alleducatori in novembre, stiamo ultimando i preparativi per quello di Giugno. Sempre con l'Intercampus 14 bambini delle squadre di calcio con due alleducatori saranno in settembre in Italia per disputare la coppa del mondo Intercampus 2009.
Grazie agli aiuti di amici italiani, scuole salesiane, abbiamo potuto comprare delle buone quantità di materiale sportivo già distribuito nelle nostre realtà di Luena, Ndalatando, Dondo, Cabinda, Kala Kala.
La nostra scuola di Capoeira sta crescendo, oggi è presente nella Lixeira, a San Paolo, Viana, Kala- Kala, Luena, Cacuaco.

I mal di testa sono tanti, con la mobilitazione angolana, molti ragazzi che erano con noi a dicembre sono assenti ora, costretti ad andare a vivere in altre zone della città. La necessità di sopravvivere a Luanda, la città più cara del mondo, obbliga i nostri ragazzi a studiare e lavorare per pagarsi i studi, con difficoltà serie per seguire altre attività, come il volontariato, ma la maggior parte con grandi sacrifici personali s'impegnano mettendosi al servizio degli altri.
Una delle case che sta facendo davvero degli sforzi per migliorarsi è la casa di Dondo, la quale oggi conta 24 squadre di calcio a 5: dai 10 ai 16 anni, maschili e femminili, e con tre squadre di basket.
Speriamo di poter portare anche lì Capoeira e Pallamano.

É importante per noi vedere i nostri bambini e adolescenti impegnarsi nello sport, significa non stare in strada. La scorsa settimana  per l'ennesima volta (quando sarà l'ultima) mi è stato presentato il caso di una bambina di 13 anni incinta. Il padre... chi sa chi è.
Luanda continua ad essere una città orrorifica e pericolosa, il riuscire a tenere i ragazzi in ambienti eduativi comporta salvare vite, creare personalità che sappiano rispondere alle negatività di questa disastrata società, rinforzare caratteri.
Molti non capiscono il valore dello sport come mezzo d'inclusione sociale, vorrei fargli vedere i piccoli miracoli ai quali assistiamo nei nostri campi, ambienti.
Oggi uno dei nostri educatori, istruttore di Capoeira, non solo sta guadagnando il suo quotidiano per mezzo di questo sport, ma ha potuto iscriversi all'università, uscire fuori dalla favelas, sta costruendo il suo futuro. Vorrei avere più tempo per poter perfezionare questo progetto e trovare fondi per borse studio che permettano a molti dei giovani che s'impegnano con noi a cambiare questa società egoista e nuclearizzata, speriamo in futuro.
Colgo l'occasione per ringraziare ancora quanti generosamente ci hanno aiutato con le loro generose offerte. Grazie a nome delle centinaia di ragazzi che faticosamente accompagniamo e teniamo lontani dai pericoli anche grazie allo sport, vissuto come strumento educativo.


April, 2009

Mamme presenza di Dio

Domenica mi trovavo a dare una formazione ad un gruppo di giovani adulti.
È stato un momento particolarmente bello, parlavamo dell'amore, di come Dio ci ama  nella triplice dimensione dell'agape, dell'eros, della filia.
Mentre parlavamo, ci confrontavamo il mio sguardo è stato catturato da un'immagine: una giovane mamma teneva davanti a se, sul piccolo tavolo, la sua figlia. Una bambina di forse un'anno, un bambolotto nero con un vestitino rosa.
La teneva vicina a sé con una tenerezza infinita, che sono una mamma sa dare. Una tenerezza sicura, protettiva.
Volevo spiegare l'amore caritativo, che nulla desidera in cambio, e per spiegarlo ho scelto di descrivere l'immagine che si stava “raccontando” davanti a me.
Tra ieri e oggi, quest'immagine inconsciamente ha continuato a “farsi presente a me”, e lo ha fatto evolvendosi in qualche modo.
L'evoluzione dell'immagine mi ha portato a cercare nei miei ricordi altri gesti caritativi, profondamente immersi nelle dimensioni dell'amore. Li ho cercati e ne ho trovati tanti.
Mi sono fermato poi a riflettere su tali gesti vissuti in situazioni di estremo disagio, come la vita in Angola, in particolare nelle favelas o nei bairros fuori la città, luoghi spesso di estrema povertà.
L'amore di fatto è la prova della presenza di Dio per me. Il vederlo agire, crescere, svilupparsi in situazioni di estremo disagio, a volte di terribile sconforto, mi solleva, mi incoraggia.
In questi giorni siamo investiti da una terribile ondata di violenza. Le ragazze dell'area più vicina alla Lixeira e Mota hanno terrore a muoversi da sole verso le 17.00, le violenze carnali sono quotidiane. Di nuovo abbiamo notizie di ragazzi “malviventi” uccisi in casa. Dopo le ultime piogge abbiamo situazioni di disagio igienico spaventose, che aspettano di trovare soluzione nel caldo, che deve seccare le pozze putride e stagnanti, ed il fango, fusione di rifiuti e pioggia.
In tutto questo vedo gesti d'amore, attenzioni che parlano di felicità e desiderio di “bene” che non è il benessere materialista, ma il “bene” che si augura e si trova nella sfera affettiva, nella speranza.
Penso alla mamma che seduta a gambe incrociate sotto un arbusto, con un panno a far obra, pulisce il pesce pescato dal marito o dal compagno. Lei è seduta lì, con una tinozza di plastica piena di pesce. In mano un coltellaccio vecchio e usurato, con il quale pulire dalle sue scaglie il pesce. Le sue mani sono callose e d abituate ad un duro lavoro. Al suo fianco un'altra donna, nella stessa situazione. Due giovani donne di 16-17 anni. In mezzo a loro due bambine di due o tre anni, “minha bebè”, la mia figlioletta mi dice. La bambina trotterella un poco lontana, si avvicina alla riva del fiume, la mamma assorta nella scherzosa chiaccherata con me, improvvisamente scatta, si alza e va a riprendere la sua figliola, e la bacia e delicatamente la riporta all'ombra del panno, sull'arbusto, sotto un sole cocente in una situazione che in occidente richiederebbe un'assistente sociale. Osservo tutto questo, registro i colori, gli odori. La cosa che mi rimane in mente, impressa, è l'affetto di questa giovane, resa donna troppo presto, l'amore con il quale dona sicurezza e affetto alla sua “bebè”.
Ripenso alla mamma incontrata in strada, con la sua bambina piangente in braccio, al commento di un giovane: “donna ma cosa ha tua figlia?” e alla risposta data con una estrema dolcezza “conosco mia figlia, sta fingendo, non vuole andare alla creche (asilo)”. Dialogo svoltosi in strada, una strada maleodorante, nella quale camminare è un'impresa in quanto devi districarti tra una pozza di acqua sudicia, fetida e verde e pezzetti di residui di asfalto e fango rosso-verdastro, con i soliti Kandongheiros che impazzano nelle loro corse, spesso nn curandosi troppo delle buche piene di acqua sporca.
Sono profondamente innamorato delle mamme angolane, del loro amare con profondo affetto i bambini, della loro capacità di educarli in situazioni assurde  e terrificanti. Il loro amore materno, colmo di speranza mi richiama alla mente il profeta Oseia, il suo amare nonostante tutto. Mi fanno pensare all'amore erotico e carnale del Cantico dei Cantici. Mi fanno risuonare nel cuore le parole dolci di Gesù alla Samaritana.
Queste donne mi parlano di Dio, di speranza, di futuro. Sinceramente mi danno forza per non pensare alle cose che non funzionano e chissà se funzioneranno un giorno, alle brutture della società angolana e al neocolonialismo economico che giorno dopo giorno ci dissangua.
In tutto questo guardo queste mamme e trovo sollievo, e mi dico grazie Signore per avermi portato qui.
Buona giornata a tutti.
Stefano

April, 2009

Eternit

La giustizia, bene per alcuni, diritto per pochi, luogo di esclusione per molti.

Spesso quando mi soffermo a leggere le notizie provenienti dall'Europa provo sentimenti di stupore, indignazione, rabbia. Tali stati d'animo sono dovuti a molti motivi i quali trovano una denominazione comune in questa parola: ingiustizia.
In Europa si discute di crisi (e fate bene a farlo), di tante cose, ma sempre com parametri esclusivisti, che riguardano il vostro mondo e di “striscio” come dicono a Roma, il resto del mondo, in particolare il mio, il terzo e quarto mondo.
In Europa discutete sul problema inquinamento, sulle automobili troppo vecchie ed inquinanti (grazie a Dio che lo fate), quindi legge ad hoc per risolvere il problema, finanziamenti per le auto nuove, e le vecchie? Le vecchie, quelle inquinanti, vengono da noi! Sembra che un'auto che invecchia in Europa ringiovanisca attraverso il viaggio che la porta in Angola e reggetevi forte, che questa diventi ecologica nel momento in cui è venduta ad un africano, infatti il problema dell'inquinamento quando viene venduta a quest'ultimo non esiste più! Miracoli del tempo presente!

Qui in basso, incollo alcuni stralci, informazioni sul “processo Eternit” che si sta svolgendo in Italia, vi allego giusto due foto per mostrarvi come l'Eternit proibito in Europa sia stato venduto in Africa. E noi? Non ci ammaliamo di mesotelioma (il tumore della pleura selettivamente indotto dall'amianto)?

Questo eternit venduto in Africa há forse subito lo stesso trattamento miracoloso delle auto europee e asiatiche (inquinanti fuori dall'Africa, buone in Africa)?
Anche qui assistiamo all'ennesima ingiustizia nei confronti di questo continente, usato come discarica dal resto del mondo, una discarica che produce però redditi altissimi.

“Duecentosettanta. È il numero delle persone, provenienti da molte regioni, che si sono presentate al Palazzo di giustizia di Torino per costituirsi parte civile nell'udienza preliminare per i morti d'amianto negli stabilimenti italiani della Eternit. Le persone offese, contemplate nel capo d'accusa, sono 2.889: lavoratori uccisi dall'amianto dal 1983 ad oggi.

Gli imputati sono gli ex vertici della Eternit, lo svizzero Stephan Schmidheiny, 61 anni, e il barone belga Jean Louis De Cartier, 88 anni: devono rispondere di disastro doloso.

«PROCESSO STORICO» - Da Casale Monferrato, dove c'è stato il maggior numero di decessi, sono arrivati sette pullman carichi di persone. Un altro bus ha portato a Torino 27 residenti a Rubiera (Reggio Emilia), dove c'era un'altra sede della multinazionale. Almeno altre 500 persone si sono radunate davanti a Palazzo di giustizia e hanno promosso un presidio, cui partecipa anche la Cgil. Molti sono arrivati dalla Francia in rappresentanza dell'Andeva (Associazione nazionale delle vittime transalpine dell'amianto), altri da Svizzera e Belgio. In un palco allestito dalla Cgil sono intervenuti comitati, sindacalisti, amministratori. «Il vostro processo è storico - ha detto Alain Guerif, presidente dell'Andeva -. Ed è un monito per tutta l'Europa». Tra il pubblico Antonino Saitta, presidente della Provincia, Antonio Boccuzzi, sopravvissuto al rogo della Thyssenkrupp (insieme ad altri ex colleghi) e oggi deputato del Pd e Vittorio Agnoletto, europarlamentare.

Il Registro nazionale dei mesoteliomi (ReNaM) ha recentemente calcolato che il tasso di incidenza dei mesoteliomi è di circa 3,5 casi ogni 100mila abitanti negli uomini e di un caso ogni 100mila abitanti nelle donne. Da questi dati emerge che il mesotelioma (il tumore della pleura selettivamente indotto dall'amianto) colpisce in Italia complessivamente circa 1.350 persone l'anno. Inoltre l'inalazione di fibre aerodisperse di amianto è anche responsabile di un numero rilevante di casi di tumore del polmone, della laringe, dell'esofago e di decessi per asbestosi.”

Noi non possiamo neanche inviarli i nostri malati, non sanno di esserlo, forse lo scopriranno tra qualche anno. Non possono curarsi una malaria a volte, immaginate fare esami specifici che scoprano il mesotelioma.  Le coperture in eternit qui sono normali, sono tantissime e le trovate ovunque. Chi le ha fatte arrivare? Chi ci ha guadagnato?
La nostra povertà economica, la nostra fragilità sui diritti umani ci impedisce di poter fare prevenzione, denuncia, e dare assistenza a chi si trova in questa situazione. Personalmente mi sento impotente ed indignato ogni qual volta trovo una copertura in eternit, la quale è costata molti dollari a coloro che l'hanno comprata, prezzi superiori a quelli europei. Profitti immensi per i soliti noti occidentali. Denaro insanguinato due volte: per il sangue europeo ed ora per quello africano.
Noi però siamo “silenziati”, eppure non sono l'unico europeo presente in Africa ed in Angola. L'ONU c'è, l'Unicef c'è, ci sono tutti credetemi, e tutti in silenzioso (comodo) silenzio.

Riflessione stupida di un missionario indignato.

Stefano.




March, 2009

Il Papa a casa nostra

Luanda 23 de Março 2009

Salve cari amici, dopo tanto silenzio, figlio della mia visita in Italia torno a raccontarvi qualcosa.

Per prima cosa vorrei ringraziare tutti gli amici che ho incontrato per il meraviglioso affetto che mi hanno donato e chiedere scusa a tutti coloro che purtroppo non ho potuto vedere. Il mio “periodo di riposo” infelicemente è stato molto movimentato e davvero non sono riuscito a vedere tutti voi, scusatemi.

Il mio ritorno a Luanda è stato allo stesso modo "movimentato", al di là del fatto che i miei bagagli sono arrivati solo dopo tre giorni, il gran dinamismo è stato dato dalla visita del Papa al nostro paese.

Mi è stato chiesto di mettermi al servizio del MJS (Movimento Giovanile Salesiano) appoggiando in maniera particolare le attività dei ragazzi provenienti da tutta l'Angola Salesiana. I nostri ragazzi erano più di 1000 e sono stati ospitati lungo le varie attività (1° giorno riflessioni e preghiere, 2° giorno accoglienza del Papa, meditazioni e confessione, processione attraverso parte della città; 3° giorno messa nella nostra Parrocchia di san Paolo, pomeriggio festa culturale nello stadio dos Coqueiros; 4° giorno messa nella pianura della Cimangola, più di 1000.000 di persone) presso la nostra casa della Lixeira e la parrocchia di San Paolo.

I nostri giovani erano carichi di gioia e aspettative per questo incontro. Difficilmente potrete comprendere quanto sia profonda la frase che più spesso loro e il popolo ha pronunciato: “il nostro papà è venuto a visitarci”.

“visitare” è un qualcosa d'importante in Angola. Si visita colui che si vuole incontrare e costui visita coloro che desiderano accoglierlo ed incontrarlo. La visita è un momento d'intimità familiare. Non tutti si accolgono in casa, ed alcuni sono un onore per la propria casa così come ci si sente onorati da un invito  vistare una casa.

I ragazzi stavano aspettando il papà che tornava, e Bento XVI è stato davvero papà, in tanti piccoli gesti di profonda amicizia. Rispondeva com il sorriso alle grida, com i gesti. Un ragazzo è rimasto colpito dall'abbassare i vestri della papamobile per salutare: nessun ministro, presidente in visita al paese lo ha mai fatto. Molti bianchi hanno paura di abbassare i finestrini nella città. Questo ragazzo ha commentato tantissimo questo episodio. Fuori dalla nunziatura si è soffermato a parlare con il popolo, ha parlato in portoghese. Al suo arrivo una scout ha perso il cappello, lo ha raccolto e gli lo ha posto sul capo. Forse sono cose stupide, ma sono le cose che il popolo ha visto e commentato: la sua grande semplicità e il suo profondo desiderio di “incontrare la gente”.

Dopo la messa a San Paolo è entrato nel nostro cortile (vi erano 2000 persone, le quali avevano partecipato alla santa Eucarestia  con l'aiuto di uno schermo gigante, fuori ve ne erano altrettante con un altro schermo), ha benedetto la folla e salutato e benedetto bambini esposti al suo passaggio dalle mamme.

Mi ha colpito nei contenuti delle sue omelie, messaggi: solidarietà per costruire una società dopo le rovine della guerra; ricostruzione dell'Africa con gli africani; pericolosità sociale delle sette, fondamentale presenza della donna nella società, i giovani devono essere capaci di criticare e sono loro il futuro.

Mi ha profondamente colpito il suo desiderio di incontare le donne: esse qui in Angola hanno un ruolo importantissimo nella chiesa, gli è stato riconosciuto. Abbiamo un gruppo chiamato PROMAICA, si occupano nella chiesa dello sviluppo della donna, il Papa le ha volute incontrare ed un pomeriggio è stato solo per e con loro.

Il popolo ovunque chiedeva di benedire l'Angola, tutti gli gridavano “ sei nostro amico e noi stiamo con te”. Credo che l'accoglienza che ha ricevuto, l'affetto che gli è stato donato non sarà dimenticato velocemente.

Mi ha colpito la presa di posizione netta e chiara sui problemi organizzativi che hanno causato dei morti e molti feriti, la visita del Cardinale Bertone all'ospedale, cosa che ha costretto i mass media e dover parlare di quanto accaduto.

Vorrei dirvi altre cose ma il tempo corre ed i devo correre.

Aspettavo molto dalla visita del Papa, sono soddisfatto di quanto ha detto e fatto e lo ringrazio.

Per chi volesse approfondire consiglio di leggere gli articoli con i discorsi integrali su www.zenit.org.

A presto le foto sul mio blog, ancora non ho recuperato la mia macchina.

Un saluto a tutti e

Mama Muxima vi benedica.

January, 2009

elecubrazioni...

Carsoli 14 01 2009

 

Salve cari amici, oggi ho il desiderio di condividere con voi qualche idea, poche e superficiali, ma la mia logorrea letteraria ogni tanto deve pur sfogarsi. Mi trovo in questo momento a Carsoli, un piccolo paesino a cavallo fra l'Abruzzo e il Lazio, non sto uscendo molto a causa del mal tempo. Vengo dalla bella esperienza del Congresso sui Diritti Umani e il Sistema Preventivo, un momento davvero intenso di riflessione. Quei pochi giorni in qualche modo stanno alimentando le mie riflessioni. Non sto, volutamente, incontrando molte persone, sto cercando di riposarmi. Tanto sonno, preghiere, letture, film (Dio benedica Sky), il mio programma in alcuni momenti è questo. In altri momenti elimino i film e le letture e vado a fare qualche visita, ad amici o al dentista (devo rimettere a posto i “pezzi usurati” del mio corpo ed ho iniziato dalla testa e dai denti...).

 

Un'associazione che mi sale prepotente, è la stabilità nel nostro paese, un certo ordine, una certa tranquillità. Certo c'è una reale crisi economica e ne vedo anche degli effetti, ma mi sento di affermare che l'attuale crisi italiana, le problematiche sociali dell'Italia sarebbero un bel sogno realizzato per l'altro “mio paese”. Le conquiste sociali dell'Italia sono in questo momento inimmaginabili per la mia patria africana, mi viene da sorridere quando poi penso all'Inghilterra per esempio, la quale in qualche modo ha ancora molto da insegnarci in proposito, ma raggiungere per lo meno l'Italia sarebbe bello e permettetemi, giusto.

 

La prima cosa che vorrei rubare al nostro paese è la nostra capacità di creare economia attraverso le piccole imprese, l'artigianato, il nostro modo di fare agricoltura, il mio sogno è quello d'incontrare delle realtà disposte ad aiutarci invinadoci degli artigiani del ferro, del legno, della terracotta, della nostra arte nei formaggi e nei salumi, nell'agricoltura. Persone che vengano da noi anche per breve periodi, tre mesi per esempio, e che possano aiutare la nostra gente ad apprendere. Credo che tali piccoli aiuti farebbero molto più di 1000 negozi equo e solidali. Probabilmente si solidarizzerebbe l'affetto, le culture, e quindi l'economia. Sarebbe bello incontrare qualcuno disposto a condividere lo stesso sogno, chissà che non accada?

 

Penso a persone in pensione, con competenze pratiche, non teoriche. Penso a persone come mio padre, capaci di creare lavoro da un pezzo di terra, sia nel campo agricolo o della floricultura, purtroppo ancora non riesco a farlo venire, ma tenterò ancora. Penso ad un pensionato umbro, capace di fare salumi da un buon maiale, o formaggio da una simpatica capretta. Sogno la produzione di questi prodotti e la loro vendita nei carissimi supermercati di Luanda, sarebbe bello mangiare un pecorino made in Calulo :). Mi vengono in mente capaci bergamaschi che ho conosciuto, disposto a fermarsi tre mesi e ad insegnare “muratura”, o amici abbruzzesi capaci di lavorare magistralmente il ferro, in modo industriale o artistico, con una preferenza per la seconda. Penso e sogno tanti nostri giovani e adulti con la possibilità di apprendere, e chissà che fra qualche anno non si possa sognare una provincia angolana che cammina sui passi della meravigliosa provincia italiana, la vera ricchezza del “mio paese europeo”?

 

Mi fermo ad osservare i figli dei miei amici andare in palestra, a scuola, a corsi di calcio o volley e penso ai nostri giovani del Polidesportivo Dom Bosco. Penso all'empowerment delle donne, quindi alla possibilità che ha mia sorella di pretendere dai suoi fratelli di cucinare, aiutare in casa, o alle bambine che praticano sport. Poi penso alle mie bambine del calcio di San Paolo, che a volte arrivano tardissimo agli allenamenti, e stanchissime, perchè dopo la scuola, dopo essersi alzate presto, hanno docuti sbrigare le faccende di casa. Penso al fatto che le persone devono godere di pari opportunità

, che le opportunità devono essere assicurate anche alle generazioni future

, che lo sviluppo deve essere compiuto dalla gente non solo per la gente.

 

Se penso a tutto questo mi viene forte il desiderio d'incontrare tanti italiani che siano disposti a donare un poco del loro saper fare, non tanto un poco del loro denaro e che magari questi rinunciano alle settimane bianche proposte dalla pubblicità quando sono arrivato, e quindi vengano a passare un tempo da noi. Qualche mio amico in effetti mi dice che penso troppo...

Vi ringrazio di aver ascoltato questi pensieri disordinati, spero di poterne condividere altri più ordinati prossimamente.

 

Stefano

 

 

 

January, 2009

Diritti Umani terza giornata

“Jefry e la valigia dei diritti umani” è stato il video che ha introdotto la giornata di domenica 4 gennaio del Congresso Internazionale “Sistema Preventivo e Diritti Umani”, in corso presso il Salesianum di Roma.

Il video è stato accompagnato dal commento di don Juan Linares, salesiano direttore di “Muchachos y Muchachas con Don Bosco” della Repubblica Dominicana, a cui ha fatto seguito il “Filo Rosso” condotto da don Fabio Attard e da Carla Carazzone. In questa giornata presente in aula anche madre Yvonne Reungoat, Superiora Generale dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, e alcune rappresentanti del suo consiglio.

I lavori in aula sono stati preceduti dal messaggio di saluto e incoraggiamento di Giovanni Maria Flick, Presidente della Corte Costituzionale Italiana ed ex-allievo salesiano. Nel rivolgersi ai partecipanti ha invitato a prestare attenzione –nell’adoperarsi per la salvaguardia dei Diritti Umani- ad ogni rischio di concettualizzazione e teorizzazione pur nella necessità dell’opera di studiosi e tecnici del diritto.

Inoltre il Presidente della Corte Costituzionale ha evidenziato come alla base vi sia il riconoscimento della pari dignità umana: “La dignità è legata all’eguaglianza. Siamo tutti uguali, pur essendo tutti diversi e pur avendo tutti il diritto alla nostra diversità e alla nostra identità. Penso al metodo di Don Bosco come all’emblema e modello per evitare sia un’assimilazione forzata in cui tutti devono essere forzatamente uguali, sia un’emarginazione di coloro che sono diversi”.

Successivamente sono state presentate le due relazioni principali della giornata, entrambe moderate dal prof. Antonio Papisca, titolare della Cattedra UNESCO per i Diritti Umani e direttore del Centro Interdipartimentale di ricerca e servizi su diritti della persona e dei popoli dell’Università di Padova.

Il primo intervento della mattinata è stato quello del Prof. Vernor Muñoz Villalobos, Relatore Speciale delle Nazioni Unite sul Diritto all’Educazione. Attingendo alla propria esperienza personale e professionale, Muñoz ha sottolineato la relazione tra sviluppo umano, sociale e culturale e le capacità informativa e di condivisione delle conoscenze.

Da quanto lui ha indicato, quello dei Diritti Umani non risulta, così, un ambito oscuro di discussione, ma un terreno in cui apprendere e vivere costituiscono un unico processo riconducibile alla educazione. L’educazione va quindi promossa come diritto fondamentale per costruire cittadinanze attive, inclusive, responsabili e autonome.

Ha concluso i lavori in aula la relazione “I Diritti Umani alla luce del Sistema Preventivo” di don Pascual Chávez, Rettor Maggiore dei Salesiani. Don Chávez ha richiamato ancora una volta l’attuale emergenza educativa segnalata da Papa Benedetto XVI, soffermandosi poi sulle caratteristiche del Sistema Preventivo di Don Bosco.

Tra i tratti caratteristici della originale visione educativa di Don Bosco, il Rettor Maggiore ha citato la centralità e il protagonismo dei giovani, la cultura della preventività, l’esperienza comunitaria, un modo di educare secondo un progetto integrale, che parte da una visione cristiana della persona e della vita e che riesce a proiettarsi nella società.

“Davanti a questa emergenza educativa noi Salesiani – ha aggiunto don Chávez- siamo portatori di un carisma pedagogico che è più attuale e necessario che mai: il Sistema Preventivo di Don Bosco. Questo è il nostro tesoro, l’apporto che siamo chiamati a dare ai giovani e alla società odierna, la nostra profezia. Vorrei ora attirare la vostra attenzione sul bisogno di rinnovare il Sistema Preventivo di Don Bosco in stretto collegamento con la promozione e difesa dei Diritti Umani, in particolare dei diritti dei minori, come proposta educativa capace di generare cultura e di porre la società in stato di educazione”.

Mentre si concludeva il lavoro del mattino, in Piazza San Pietro Papa Benedetto XVI, dopo il suo messaggio domenicale e la preghiera dell’Angelus, ha fatto riferimento al Congresso, incoraggiando i partecipanti nei loro rispettivi ambiti di promozione e tutela dei Diritti Umani, saluto che i convegnisti hanno ascoltato e visto nello schermo dell’Aula Magna.

Lo stesso Rettor Maggiore ha commentato il messaggio del Pontefice per la TV Italiana nel corso della emissione “A sua immagine” di Rai 1, trasmessa in diretta dallo stesso Salesianum. Nella emissione sono stati intervistati inoltre alcuni dei partecipanti del congresso.

Nel pomeriggio si sono continuati i lavori di gruppo per tornare successivamente all’Aula Magna, dove ha avuto luogo un interessante momento di dialogo tra i due relatori della mattina e i partecipanti.

In serata, dopo la Celebrazione Eucaristica, presieduta da don Francesco Cereda, Consigliere per la Formazione, i partecipanti sono stati ospiti di Piero Marrazzo, Presidente della Regione Lazio presso il Palazzo Rospigliosi.

Diritti Umani seconda giornata

I partecipanti al congresso internazionale “Sistema Preventivo e Diritti Umani”, promosso dal Dicastero per la Pastorale Giovanile salesiana e organizzato dal Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, in corso a Roma dal 2 al 6 gennaio, esprimono la propria solidarietà con il Sommo Pontefice che ieri, 4 gennaio, ha rivolto un appello ai patriarchi e ai capi delle Chiese cristiane di Gerusalemme.

Il messaggio esprime anche la consapevolezza che nel perdurare della crisi nella striscia di Gaza e delle altre in corso in diversi paesi del mondo, le prime vittime sono i più deboli ai quali vengono negati i fondamentali diritti della persona umana.

“Questi primi giorni dell’anno sono purtroppo segnati dalla violenza che ancora una volta si è scatenata nella terra dove è nato Gesù.

Ci uniamo ai patriarchi e ai capi delle Chiese cristiane di Gerusalemme che hanno invitato oggi i fedeli a pregare per la fine del conflitto nella Striscia di Gaza, implorando giustizia e pace per la loro terra.

Ci uniamo alle parole del Papa che all’Angelus di ieri ha implorato israeliani e palestinesi a porre immediata fine al tragico conflitto e ha chiesto giustizia e pace  per la Terra Santa e per le popolazioni civili innocenti ancora una volta vittime dell`odio e della guerra, che non sono la soluzione dei problemi.

Fermatevi subito, fermatevi tutti! Auspichiamo che la comunità internazionale intervenga con coraggio perché si ponga fine ad ogni azione violenta e riprenda la via del dialogo, affinché ogni individuo abbia “diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona” (art. 3 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani).

Come Famiglia Salesiana rinnoviamo il nostro impegno educativo ad operare per la promozione e la difesa dei diritti umani di tutti, per la formazione integrale dei giovani specialmente i più poveri, per la costruzione di una società più giusta e pacifica.

Ci impegniamo ad essere sempre e dovunque operatori di pace, attraverso il nostro impegno quotidiano insieme ai tanti ragazzi e giovani con cui camminiamo ogni giorno.

Invochiamo da Dio il grande dono della pace, perché sostenga e accompagni gli sforzi di tutti gli uomini e le donne di buona volontà”.

January, 2009

Congresso salesiano sui Diritti Umani e il Sistema Preventivo.

Ha avuto inizio nel tardo pomeriggio di ieri, 2 gennaio, il Congresso Internazionale “Sistema Preventivo e Diritti Umani”, iniziativa promossa dal Dicastero per la Pastorale della Congregazione Salesiana la cui organizzazione è stata affidata al Volontariato Internazionale per lo Sviluppo.

Il lungo percorso di preparazione, avviato circa 1 anno fa, si è concluso con il messaggio inaugurale tenuto da don Fabio Attard, Consigliere per la Pastorale Giovanile, presso l’Aula Magna del Salesianum di Roma, sede del congresso.

Nel introdurre i lavori, che si concluderanno martedì 6 gennaio, don Attard ha voluto ricordare ai circa 350 presenti quanto sia importante per i Salesiani e per la Famiglia Salesiana riflettere sull’esperienza educativa “perché ci sentiamo veramente come una comunità che non può tirarsi indietro davanti alle sfide educative”.

Successivamente, il Consigliere per la Pastorale Giovanile ha richiamato le diverse motivazioni di carattere carismatico, ecclesiale e sociale, che fanno da fondamento al Congresso. Per questo ha ricordato l’appello di Papa Benedetto XVI sull’attuale emergenza educativa e l’invito del Rettor Maggiore, nella sua Strenna per il 2008, ad “educare con il cuore di Don Bosco”, che si concretizza anche nella promozione e tutela dei diritti dei giovani.

In occasione del Congresso, l’On. Franco Frattini, Ministro degli Affari Esteri della Repubblica Italiana, ha inviato un messaggio di adesione congratulandosi per l’iniziativa. Nel testo il Ministro ha ricordato la figura di Don Bosco come “il più illuminato precursore di chiunque abbia avuto a cuore i diritti umani e in particolar modo quelli dell’infanzia”. Ha ricordato i “tanti, tantissimi salesiani che quotidianamente sono impegnati per i diritti dei bambini e degli adolescenti, per dare loro dignità e voce, per rompere l’odioso nodo tra povertà e violazioni di diritti umani, giunga il mio affettuoso ringraziamento e la promessa, quale ministro della Repubblica, di essere sempre in ascolto e in loro affettuoso soccorso”.

Ha fatto seguito al saluto di don Attard la relazione “I diritti umani come via efficace della missione educativa salesiana” di don Vito Orlando, professore ordinario di Pedagogia sociale, Vice Rettore e Direttore dell’Istituto di Metodologia Pedagogica dell’Università Pontificia Salesiana di Roma. Nel suo intervento don Orlando ha presentato i risultati di una ricerca fatta tra i salesiani che hanno partecipato nel Capitolo Generale 26 della Congregazione Salesiana, celebrato tra febbraio e aprile 2008, sulla realtà dell’emarginazione e dei ragazzi di strada.

L’ultima relazione della giornata è stata quella di Gianmarco Schiesaro, responsabile VIS online e del portale donbosco-humarights.org e del Centro di Formazione per lo Svilupo Umano, dal titolo “Un portale per il Sistema Preventivo e i Diritti Umani”. Il sig. Schiesaro ha quindi presentato ai partecipanti al congresso il “dietro le quinte” del portale creato appositamente per questo congresso e dove chi sia interessato troverà i documenti delle relazioni e altre informazioni utili.

Ha concluso la giornata sr. Adair Aparecida Sberga, Figlia di Maria Ausiliatrice e metodologa, che ha spiegato ai partecipanti la metodologia per i lavori di gruppo, avviando lei stessa la prima seduta di lavoro. 

Tratto da: http://www.donbosco-humanrights.org/dh/j/index.php?option=com_comprofiler&task=registers


Siamo nel secondo giorno di lavoro al congresso sui Diritti Umani
promosso dalla Congregazione salesiana.
É un'esperienza molto ricca  e costruttiva, nella quale é possibile

maturare un'esperienza forte dello stato della congregazione
salesiana, percependo dove siamo e verso dove stiamo andando.
Sono presenti più di 300 persone da 130 paesi del mondo,
rappresentando così tutte le 97 ispettorie salesiane. Sono felicemente
presenti alcune Figlie di maria Ausiliatrice e alcuni laici,
personalmente ritengo che questi ultimi dovrebbero essere di più.
Come rappresentanti dell'Ispettoria di Angola siamo qui io e il
cooperatore Francesco Ferrante di Ndalatando.
Le provocazioni degli esperti che guidano le riflessioni sono state
buone e profonde, mostrandoci come il Sistema Preventivo salesiano sia
pieno di input che aiutano a far rispettare e promuovere i diritti
dell'uomo e come uno studio serio della dottrina Sociale della Chiesa
possa aiutare a fare una sintesi seria dei due, braccia quidni di un
unico corpo.
Un dato mi sembra chiaro al termine del primo plenario: nei paesi dove
i diritti sono meno conosciuti al popolo e sono meno rispettati
abbiamo una forte sensibilità così come una profonda analisi della
situazione con una capacità seria di programmazione per rispondere al
problema(la quale si traduce non solo in una denuncia dei diritti non
rispettati ma anche alla promozione degli stessi).
D'altro canto i paesi dove tali diritti sono formalmente riconosciuti
(e questo purtroppo non significa che siano interamente riconosciuti,
vedi USA, Europa...) manca spesso quanto detto prima e si cade con
facilità in speculazioni teologiche filosofiche, perdendo così in
qualche modo, la "capacità creativa" di applicazione.
Le riflessioni si stanno producendo seguendo la divisione in regioni
salesiane del mondo, e questo aiuta ad avere una visione e globale e
locale, dando vita ad una metodologia ricca e operativa. La prima
proposizione per la mia regione, Africa, è figlia del lavoro di gruppo
di tutti i rappresentanti africani (i lavori di gruppo sono
giornalieri e seguono le provocazioni degli esperti) ed in sintesi
esprime queste idee:
Partendo dalla costatazione che in Africa i diritti non sono
conosciuti alla stragrande maggioranza dei popoli e che quelli che
dovrebbero farli rispettare e promuovere (per primi i governi) molto
spesso non solo non compiono il loro mandato, ma sono i primi a non
rispettarli. Da qui la sfida: noi salesiani siamo chiamati ad educare
e a educarci ai Diritti Umani, formando e formandoci in quanto a volte
sembra che questa dimensione appartenga solo ad alcuni salesiani,
mentre dovrebbe essere presente in tutte le dimensioni del nostro
lavoro, sia catechesi, scuola o attività sociali.
Una grande felicità mi viene dal fatto che il Progetto sui Diritti
Umani che abbiamo iniziato nella Parrocchia di San paolo in
collaborazione con la Casa editrice salesiana, non solo anticipa ma di
di fatto pone in atto praticamente le provocazioni che questo
congresso ci sta dando  ci chiede, questa è una grande gioia per me e
per i confratelli salesiani angolani.
Oggi passeremo a riflettere sugli orizzonti che le dieci proposizioni
stanno aprendo, scegliendone alcuni, domani utilizzando il lavoro dei
due precedenti giorni, passeremo a scegliere delle linee operative.
Spero di potervi raccontare qualcosa d'altro in seguito.

Stefano


December, 2008

INTERCAMPUS ANGOLA

Salve cari amici,
vi voglio raccontare la piccola grande bella esperienza appena conclusa. Tempo fa vi parlai di una collaborazione tra il Polidesportivo Dom Bosco e l'Intercampus ( Internazionale FC). Abbiamo vissuto dal 21 al 30 di Novembre il I INTERCAMPUS ANGOLA. Di cosa si è trattato?
Da Milano sono venuti un dirigente dell'INTERCAMPUS, Massimo Seregni, ed un allenatore dell'Inter, Alberto Giacomini. Ci siamo trasferiti da Luanda nella casa Domenico Savio, nella vicina Viana con loro e 80 bambini di un'et+a compresa tra i 9 e 12 anni, più 14 alleducadori, 2 animatori di oratorio. Cosa abbiamo fatto?
Gli alleducatori un corso intensivo (mattina teoria, pomeriggio pratica) sulle seguenti tematiche:

* L’ALLENAMENTO NEL SETTORE GIOVANILE
* L’allenatore: insegnante ed educatore
* Calcio ed educazione
* Allenare = educare?
* Perché Allenare = educare?
* Due modelli di allenatore
* L’ALLENAMENTO
* Organizzazione della seduta
* Obiettivi dell’allenamento

I bambini nel frattempo hanno svolto le attività tipiche dei nostri campi estivi, con all'interno il Primo torneo INtercampus Angola.
Il corso non è stato semplice ma ci ha aiutati a migliorare la qualità dei nostri alleducatori mostrando senza pietà, ancora una volta tutti i limiti dell'insegnamento scolastico angolano, ancora gravemente insufficiente. La capacità di concentrazione e di attenzione dei nostri ragazzi infatti è spesso molto bassa, così come il livello culturale deve ancora crescere molto. L'allenatore Alberto è stato molto bravo ad accompagnare i ragazzi, e salesianamente si è adattato e partendo da dove loro si trovano, ha tentato di farli crescere. Il test finale è stato impietoso, su 14 solo 4 lo hanno superato, ma lo avevamo calcolato. Durante l'anno avranno corsi supplementari per assimilare al meglio i contenuti del corso.

Elemento molto positivo è venuto dalle iniziali difficoltà di relazione fra i bambini venuti dalla Lixeira e quelli di San Paolo. Il diverso ceto sociale si è fatto presente, ma con gli sforzi di tutti alla fine dell'accampamento è stato felicemente superato. Per noi lo sport è un mezzo d'inclusione sociale e siamo felici di averne verificato ancora una volta il valore e l'efficacia.
I vari momenti formativi (teatro, incontri, film) hanno fatto si che i bambini riflettessero sull'importanza dell'incontrarsi, dello stare insieme e non tanto di quello che si possiede o di dove si vive.

Il prossimo appuntamento con il Polidesportivo sarà il 19 di Dicembre, chiuderemo l'anno con una festa sportiva nella Lixeira.
October, 2008

speranza

 

Speranza.


“Speranza” è una parola usata spesso, a volte com certezza è una parola abusata, usata inapropriamente. Viviamo in tempi difficili, in Africa come nell'opulento occidente. In questi tempi sperare non è facile, sembra quasi che si faccia fatica a sperare. Penso a diverse nazioni occidentali con un altissimo numero di suicidi: la presenza non della speranza ma della disperazione. Io e tanti altri come me, viviamo con un “difetto di fabbrica”: speriamo. Amo definirmi un uomo di speranza e questa mia speranza ha solide basi: Dio.


L'indimenticato frère Roger lo ricorda: «La sorgente della speranza è in Dio, che non può che amare e che instancabilmente ci cerca». Nelle Scritture ebraiche, questa Sorgente misteriosa della vita che noi chiamiamo Dio si fa conoscere perché chiama gli esseri umani a entrare in una relazione con lui: stabilisce un’alleanza con loro. La Bibbia definisce le caratteristiche del Dio dell’alleanza con due parole ebraiche: hesed e emet (Esodo 34,6; Salmi 25,10; 40,11-12; 85,11). Generalmente, si traducono con «amore» e «fedeltà». Dapprima ci dicono che Dio è bontà e benevolenza senza limiti e si prende cura dei suoi, e in secondo luogo, che Dio non abbandonerà mai quelli che ha chiamati ad entrare nella sua comunione.


Ecco la sorgente della speranza biblica. Se Dio è buono e non cambia mai il suo atteggiamento né ci abbandona mai, allora, qualunque siano le difficoltà - se il mondo così come lo vediamo è talmente lontano dalla giustizia, dalla pace, dalla solidarietà e dalla compassione - per i credenti non è una situazione definitiva. Nella loro fede in Dio, i credenti attingono l’attesa di un mondo secondo la volontà di Dio o, in altre parole, secondo il suo amore.

Nella Bibbia, questa speranza è spesso espressa con la nozione di promessa. Quando Dio entra in relazione con gli esseri umani, in generale questo va di pari passo con la promessa di una vita più grande. Ciò inizia già con la storia di Abramo: «Ti benedirò, disse Dio ad Abramo. E in te saranno benedette tutte le famiglie della terra» (Genesi 12,2-3).

Vi dico questo per cercare di condividere le pazze speranze che accompagnano i nostri giorni qui in Angola, e per comprendere meglio le pazze speranze di tanti confratelli salesiani in Italia per esempio. Io credo nella promessa di Dio e mi metto a disposizione per cercare di realizzarla qui ed ora.

In questi giorni ho molte speranza che mi danno grattacapi, sorrisi e gioie. La speranza in molti giovani della mia parrocchia, risorse che Gesù mi ha fatto incontrare e che potranno essere suoi utili strumenti per la realizzazione del Regno di Dio, che detto in altre parole è il bene comune.

Molti di loro, una quindicina circa, potranno mettersi al servizio del bene non solo come volontari. Con progetti diversi sono (grazie all'aiuto di tanti amici) riuscito a trovare del denaro da poter investire in piccoli stipendi: alcuni saranno alleducatori e responsabili di diversi nuclei nel Polidesportivo Dom Bosco. Altri lavoreranno per un progetto sulla Dottrina Sociale della Chiesa (in specifico area diritti umani), di cui voglio parlarvi oggi.



I nostri giovani comprendono il significato della parola speranza. È un significato che hanno compreso in 30 anni di guerra civile. Sono nati sotto le bombe, tra violenze indicibili e non denunciate come è accaduto in altre partio del mondo. Oggi continuano a vivere in una società violentissima, orrorifica e inumana. Vuoi studiare? Paga la tangente. Ti ferma la polizia, sei in regola? Non fa nulla se vuoi andare via paga la tangente. Vai a ritirare un documento, lo vuoi? Paga la tangente. Devi andare al lavoro, pochi “kandongeiros” (taxi), paga la tangente, cioè il doppio del biglietto per salire. Hai pagato la tangente per entrare a scuola, si arriva agli esami, all'esame finale: o si paga altro o arriveranno problemi. In tutto questo l'insicurezza sociale data dal banditismo, in qualsiasi momento ti possono attaccare per derubarti: ora quello che hai addosso, ora la macchina stessa.

In un quotidiano così i nostri giovani sperano, non per le promesse del governo, ma per la certezza di un Dio che li ama e che non li lascia soli.

Nel nostro progetto abbiamo inserito un piccolo aiuto: una sala di informatica. A che serve? Li aiuta? Si!

I libri qui costano cifre assurde, mezzo stipendio di molti. Oggi su internet è possibile scaricare libri, studiare, fare ricerche serie (non copia incolla). Esiste una realtà chiamata OPEN SOURCE che permetto un accesso libero e democratico a delle risorse informatiche come programmi e sistemi operativi, di alta qualità e a costo zero. Con queste risorse open source è possibile migliorare il proprio studio, il proprio livello.

Si possono utilizzare programmi uguali a coral draw, o fotoshop (grafica) completamente legali e gratuiti. Si possono utilizzare programmi come autocad legali e gratuiti. L'intero pacchetto office è a disposizine legalmente (basta copie pirata) e gratuitamente.

Questi sistemi operativi non sono attaccati dai virus, qui significa proteggere le pennette informatiche dei nostri ragazzi, i quali spesso perdono tutto quello che hanno salvato (ho accompagnato più di un caso di tesi salvate e perdute) per colpa di virus, in un paese dove internet è un bene di lusso accessibile a pochissimi.

In questa sala di informatica (si realizzerà grazie alla partecipazione alla nostra speranza del VIS e della Comunità Europea) insegneremo quindi: sistema operativo LINUX, in particolare UBUNTU. Utilizzo di programmi open source come OpenOffice, Gimp, Scribus ecc..

Faremo corsi al mattino e al pomeriggio, per poter raggiungere il maggior numero di giovani, lasciando la possibilità (legale) di copiare e distribuire tutto. Potranno fare ricerche per la scuola e per le loro attività. Sarà proibito scaricare musica, giochi o film, non rientra nelle nostre priorità.

Che c'entra con la speranza? Miei cari, erano due anni che speravo di poter lavorare su questo, ed ora è possibile. Mancano ancora molte cose: dobbiamo trovare chi paghi il viaggio ad un esperto UBUNTU brasiliano, in maniera tale che possa dare un corso qui al nostro personale, il quale in seguito lo moltiplicherà. Dobbiamo trovare qui del personale qualificato che accompagni i vari corsi e segua la manutenzione della sala. Sono cose non tanto semplici qui in Angola, ma ho SPERANZA che il Signore non ci farà mancare altri aiuti, ora che il grosso lo ha fatto!

Dimenticavo: qui è un problema la libera comunicazione, la trasmissione di idee e notizie. Vogliamo insegnare ai nostri ragazzi ad usare internet anche per questo: BLOG.

L'idea è quella di spazi aperti dove incontrarsi e scambiarsi idee, condividere liberamente.

Vi dico la mia ultima speranza: qualcuno che si aggreghi a noi e che si preoccupi di far entrare computer non di ultima generazione in Angola, a prezzi bassi (penso qualcuno che lo faccia a prezzo di costo, pc scartati in occidente per capirci), da far arrivare ai ragazzi con 200-300 USD. Questi pc con Ubuntu come sistema operativo, funzionerebbero benissimo, sarebbero veloci e quanti libri in formato pdf potrebbero ospitare, per il bene dei nostri ragazzi. Non puoi comprare il libro cartaceo, ma con una pennetta puoi salvartene uno in formato pdf e leggerlo al pc in casa. Un pc che può funzionare anche se non hai la corrente in casa, basta una batteria... e il diritto allo studio sarebbe un poco migliorato.



Continuo a SPERARE e ringrazio gli amici che lo fanno con me.






October, 2008

La difficoltà di vivere

La difficoltà di vivere.

 

A volte mi fermo a riflettere su dei discorsi che faccio con qualche confratello: le ingiustizie, la corruzione, la morte inaspettata (ma in fondo quale è quella aspettata?), lo sfruttamento del popolo da parte di tutti, le verità spesso nascoste, il dolore di un popolo che desidera crescere, che sta crescendo.

 

Sono discorsi pieni di speranza, una speranza che non si basa sulla crescita economica angolana, ma sul Signore che guarda costantemente i suoi figli, non li dimentica e non guarda al profitto.

Il profitto, parola che è benedetta quando rispetta il bene comune e si fa partecipe del bene comune. Parola maledetta quando dimentica l’uomo, quando dimentica che anche il profitto deve partecipare al bene sociale e non deteriorarlo, violentarlo, prostituirlo.

 

In Angola stanno entrando capitali immensi, in nome dei profitti derivanti dal petrolio, dai diamanti, dal futuro turismo, da altri beni provenienti dall’agricoltura, dalla ricchissima presenza di acqua e di molti altri beni utili all’economia occidentale. Questi capitali immensi stanno portando in Angola lussi europei, condizioni di vita invidiabili. Tutto questo beneficio è però per pochi.

 

Sono appena tornato da una breve visita in Italia. Ho avuto la gioia di partecipare ad un evento di visibilità per la solidarietà nella città di Teramo (VIII premio della solidarietà città di Teramo). È stato bello vedere il grande cuore della provincia italiana battere con forza, alla ricerca della promozione dell’uomo, della giustizia, di una pace per tutti e non solo per pochi.

 

Tornato a casa, a Luanda, sono stato accolto da “obiti” uno dietro l’altro. L’obito è il periodo di lutto. È il funerale. È la perdita di un caro. In  due settimane sono morte 5 persone della nostra parrocchia. Tutte giovani, piene di vita, desiderose di vivere. La malaria ne ha uccise tre, altri tipi di malattie gli altri due. Vi parlo di 5 ragazzi che frequentano abitualmente il nostro ambiente, ce ne sono tantissimi altri che muoiono e che sono più “lontani” dai nostri ambienti.

 

 Il bairro di Mota continua a vivere un’ondata di violenza incredibile. Molti adolescenti stanno avendo accesso alle armi; si assistono ogni giorno a scene di violenza incredibili. Oggi tre banditi, adolescenti andavano per la strada principale del bairro. All’approssimarsi di una macchina con la massima tranquillità uno di loro ha tirato fuori dalla maglietta un mitra ed hanno assaltato la macchina (testimonianza di Padre Julio, il confratello che gestisce la casa di Mota). Vogliamo parlare della corruzione? Delle mamme che continuano a vendere la loro mercanzia in strada con un neonato sulla schiena, rincorse dalla polizia? O da giovani che passano ore sotto il sole di Luanda a vendere crick, cd, biscotti?

 

Mi soffermo spesso a pensare a quante persone desiderano vivere onestamente a Luanda, nonostante “tutto”. Il “tutto” lo vedo in questo lusso sfrenato di pochi, e dalla fame di normalità, di giustizia di molti. Da un capitalismo sfrenato che non rispetta nessuno se non  il proprio profitto e delle masse soggiogate a tale egoismo.

 

Ascolta, figlio mio, e sii saggio e indirizza il cuore per la via retta. Non essere fra quelli che s`inebriano di vino, né fra coloro che son ghiotti di carne, perché l`ubriacone e il ghiottone impoveriranno e il dormiglione si vestirà di stracci.” Recita il libro dei proverbi.

 

Abbiamo bisogno di persone sagge nel mondo, abbiamo bisogno di persone disposte a mettersi al servizio dei propri fratelli per modificare dall’interno queste strutture di peccato figlie di una economia ingiusta ed egoista, assassina di fratelli e sorelle. Oggi si parla di crisi economica mondiale, di borse che vanno giù. Leggo queste cose e penso “ cosa altro verrà tolto ora al bene comune per risolvere la crisi e permettere ancora a pochi di usufruire dei beni dei molti, a discapito di quest’ultimi?”

 

Penso a quanti dei miei ragazzi dovrò seppellire perché la malaria in Africa non si debella. A quanti moriranno ancora per non avere l’opportunità di curarsi. A quanti moriranno per non aver avuti l’opportunità di essere amati, di aver avuto una famiglia, di qualcuno che li seguisse, li crescesse… perché un adolescente con il mitra non è che appare per caso, è figlio di una realtà!

Giovanni Paolo II diceva: “Quando l'economia è in crisi, Egli afferma, "la causa va ricercata non solo e non tanto nel sistema economico stesso, quanto nel fatto che l'intero sistema socio-culturale (...) si è indebolito e ormai si limita solo alla produzione di beni e servizi”.

 

Saggezza sarà vivere bene o fare il possibile perché il bene sia parte della vita? Leggo di partite di solidarietà in Italia e ne gioisco. Leggo di trasmissioni che parlano di solidarietà, di politici che ci spiegano la solidarietà e mi fa piacere. Certo che se si indagasse meglio questa parola, questo pensiero, le dinamiche che devono essere dentro la solidarietà, qualcosa in più dovrebbe cambiare.

 

“Il principio della solidarietà comporta che gli uomini del nostro tempo coltivino maggiormente la consapevolezza del debito che hanno nei confronti della società entro la quale sono inseriti: sono debitori di quelle condizioni che rendono vivibile l'umana esistenza, come pure di quel patrimonio, indivisibile e indispensabile, costituito dalla cultura, dalla conoscenza scientifica e tecnologica, dai beni materiali e immateriali, da tutto ciò che la vicenda umana ha prodotto. Un simile debito va onorato nelle varie manifestazioni dell'agire sociale, così che il cammino degli uomini non si interrompa, ma resti aperto alle generazioni presenti e a quelle future, chiamate insieme, le une e le altre, a condividere, nella solidarietà, lo stesso dono.”

 

 Queste sono parole che trovo nella dottrina sociale della Chiesa, sono un monito a riflettere seriamente sulla solidarietà, non come momento di “fratellanza umana”, di amore al povero… ma di dovere di ogni uomo. Come si può continuare ad avere cliniche per gatti a Roma, e non un laboratorio di analisi funzionale ed accessibile a tutti in ogni quartiere di Luanda. Come è possibile che si continui ad avere qualsiasi tipo di comodità a New York e tre giovani di 17 morti per colpa della malaria in una settimana? La malaria, malattia che si cura e gestisce con una facilità estrema se presa in tempo, mortale se no curata immediatamente.

 

Non sto seguendo un filo molto logico in questa mail,  vorrei dirvi delle cose, ma non ci sto riuscendo, forse alla fine mi sto solo sfogando e va bene così. Leggo e medito Isaia e trovo questa domanda del Signore:

"Voi avete devastato la vigna; le cose tolte ai poveri sono nelle vostre case. Qual diritto avete di opprimere il mio popolo, di pestare la faccia ai poveri?".

 

Chi dà il diritto ai grandi del mondo di lasciar morire i nostri fratelli?  Non spero nell’economia, spero nell’uomo. Spero che comprenda, si converta. Modifichi il suo stile di vita. Smetta di creare barriere e si metta al servizio di tutti affinché nel bene di tutti trovi la sua gioia e la pienezza della sua vita. Spero in chi fa del volontariato un arma del bene, non se ne anta e al di là delle sofferenze va avanti e dà speranza ai poveri, agli afflitti, a chi non ha opportunità.

 

“Ecco, un re regnerà secondo giustizia e i principi governeranno secondo il diritto. Ognuno sarà come un riparo contro il vento e uno schermo dall`acquazzone, come canali d`acqua in una steppa, come l`ombra di una grande roccia su arida terra. Non si chiuderanno più gli occhi di chi vede e gli orecchi di chi sente staranno attenti. Gli animi volubili si applicheranno a comprendere e la lingua dei balbuzienti parlerà spedita e con chiarezza. L`abietto non sarà chiamato più nobile né l`imbroglione sarà detto gentiluomo, poiché l`abietto fa discorsi abietti e il suo cuore trama iniquità, per commettere empietà e affermare errori intorno al Signore, per lasciare vuoto lo stomaco dell`affamato e far mancare la bevanda all`assetato. L`imbroglione - iniqui sono i suoi imbrogli - macchina scelleratezze per rovinare gli oppressi con parole menzognere, anche quando il povero può provare il suo diritto. Il nobile invece si propone cose nobili e agisce sempre con nobiltà.

 

Si, con Padre Julio si concorda che verrà questo tempo, il tempo del Regno di Dio, difeso da egli stesso e al quale tutti noi vogliamo cooperare. Si, nonostante tutto vogliamo essere nobili, agire nobilmente e dare l’opportunità a tutti di esserlo, anche a chi in questo momento con il suo egoismo sta uccidendo i miei ragazzi.

Scusate lo sfogo.

 

August, 2008

Il Massacro di Frescura

Arrestati 7 agenti della polizia

La Polizia nazionale angolana ha arrestato sette agenti della polizia. Sono sospettati di essere gli esecutori dell’assassinio a sangue freddo di 8 giovani della nostra parrocchia.

Sembra che due altri poliziotti siano in fuga, tentando di far perdere le proprie tracce.

La Polizia Nazionale afferma, secondo le dichiarazioni di due agenti sospettati del crimine, che la pattuglia era in missione nella favelas e che fu avvertita della presenza di un gruppo di giovani. Qesti giovani stavano preparando un fantomatico un assalto armato.

Affermano di essersi diretti sul luogo del presunto crimine e di essere stati accolti a pistolettate, e quindi di aver risposto al fuoco.

Il “massacro della Frescura” come oggi é ricordato (dal luogo in cui é accaduto), é stato il piú violento registratio dalla fine della guerra civile.

La versione dei testimoni del crimine, é quella che vi ho presentato nel precedente post: 12 ragazzi stavano chiaccherando e bevendo qualcosa fuori di una casa…

Gli otto corpi erano tutti a pancia in giú ed in fila, difficile sia la posizione di chi attacca una pattuglia della polizia armata com ak47…

Il Massacro é stato perpetrato a pochi metri da un altro assassinio di qualche mese prima, altri due nostri giovani: stavano girando un documentario sulla microcriminalitá nella favelas… li la giustificazione fu “che sembravano banditi e che nessuno li aveva avvertiti che era un cortometraggio…”

Com fatica, il paese cambia, speriamo che questi 7 uomini e i due in fuga, comprendano il crimine di cui si sono macchiati, si pentano e diano una nuova impostazione alla loro vita. Speriamo che la Polizia Nazionale escluda dalle forse dell’ordine tutti gli individui corrotti, violenti o affetti per traumi post-guerra.

Mama Muxima ci aiuti a far migliorare il nostro paese.

August, 2008

finalmente

Sono stati arrestati 7 poliziotti per gli omicidi dei nostri ragazzi di Mota. Appartengono tutti alla 9° squadra, la stazione di Polizia del Roque Santeiro.
A volte la propaganda elettorale (qui il 5 e il 6 si vota) ha degli effetti positivi.
Per Santinho e gli altri, sia fatta giustizia.
August, 2008

AK 47 e lacrime

Salve cari amici, dopo una pausa eccomi qui a raccontarvi qualcosa. Non è facile farlo, cercherò di essere il più chiaro e sereno possibile, presentando un episodio che mi turba ancora, ci turba ancora.

Il 20 di Luglio mi sono ritirato con altri salesiani nella nostra casa di Palanca per vivere il nostro ritiro spirituale annuale. È un momento importante per noi religiosi, dove abbiamo la possibilità di riflettere, meditare pregare senza disturbi esterni per 7 giorni.

Si lasciano cellulari, computer, preoccupazioni e progetti. Ci si “chiude” a tutto ciò che è esterno e con un predicatore si medita. Abbiamo tempo anche per poter riposare, e quindi ci ricarichiamo: spiritualmente e fisicamente.

Questo tempo di “deserto” è stato interrotto da una notizia, la quale è violentemente entrata nel nostro silenzio, urtando coscienze, portando con sé una sorda rabbia, una profonda indignazione, lacrime.

La mia parrocchia di San Paolo ha una cappella chiamata Buon Pastore, nel bairro MOTA. Questa in verità è una Parrocchia a sé visto i numeri e le attività: due case famiglia per meninos de rua, centro professionale, centro di salute, 13 gruppi giovanili, 12 di adulti, centro di alfabetizzazione, un 2000 catecumeni, il nostro progetto sportivo e altre attività della Parrocchia. Il centro è guidato da Padre Julio, anche lui in ritiro con me. Il bairro è molto violento, con bande criminali giovanili organizzate. Di fatto, entrarci di notte è pericoloso, gli assalti sono quotidiani così come le violenze. Il nostro centro è un oasi di speranza in questo luogo per migliaia di persone.

Il 24 di Luglio, alle 19 un gruppo di ragazzi stava parlando vicino la nostra cappella. Una quindicina circa, la maggior parte di loro membri attivi della parrocchia in vari gruppi giovanili. Tra di essi ci sono dei ragazzi con disagi giovanili gravi, fanno parte di alcune delle bande giovanili del quartiere, sono 3o 4. Si avvicina un kandongheiro, i vetri sono scuri, passa lentamente davanti al gruppo. Si ferma, degli uomini scendono e lentamente si avvicinano al gruppo. Dal lato opposto un altro piccolo gruppo di uomini si avvicina, in totale abbiamo 9 persone. Quando sono prossimi ai nostri ragazzi iniziano una discussione come ne avvengono a decine nel bairro. Improvvisamente compaiono degli  AK-47 nelle loro mani. Intimano ai nostri ragazzi di gettarsi faccia a terra. Nella confusione alcuni fuggono, 8 non possono.

Sono a terra, il corpo disteso nella strada, una smaltata di asfalto piena di polvere che attraversa il bairro, la favelas. Grida, minacce. Le persone fuggono, occhi che guardano dalle case malmesse sono testimoni oculari dell’orrore che sta per compiersi.

Improvvisamente le mitragliatrici iniziano ad urlare il loro terrificante urlo. Sparano fino ad esaurire i caricatori sui nostri ragazzi. Finisce il caricatore, ne prendono un altro e di nuovo infieriscono sui corpi ormai straziati dei nostri ragazzi, di questi sfortunati figli.

Pieni di se, gli assassini nel silenzio (cosa quasi impossibile qui in Angola, quando c’è silenzio è accaduto qualcosa di gravissimo) risalgono sul kandongueiro e vanno via.

Cosa è accaduto? Perché questo?

Il popolo parla e si trova concorde in una motivazione: regolamento di conti, spedizione punitiva contro 3\4 giovani. Due sono fra gli otto, Jonhatan e Mano-velho. Sono due benditi di meno di 19 anni, furti e violenze varie, fanno avanti e dietro con la prigione… gli altri 6 innocenti che si sono trovati al posto sbagliato e nel momento sbagliato. Chi li ha uccisi? Il popolo parla di alcuni poliziotti corrotti che fanno affari con i banditi, di uno sgarro da far pagare, di una vendetta che hanno riscosso.

Questa storia è entrata nel nostro ritiro, scioccandoci, lasciandoci senza parole, pieni di dolore e rabbia. Il bairro è sotto shock ancora oggi. I funerali vengono svolti in un clima surreale il sabato. Le istituzioni vogliono far posticipare il funerale per far “onorare” i giovani, le famiglie distrutte, convinte di sapere la verità lo rifiutano, i funerali si faranno sabato e tali istituzioni non sono gradite. Gli offrono, secondo una tradizione angolana del cibo e dei beni. Sono rifiutati, è una chiara accusa alla corruzione presente in alcune frange della polizia. Sembra che uno dei poliziotti sia stato riconosciuto, il giudizio del popolo è stato ammesso, in un impotente rabbia gonfia di dolore.

Tra i ragazzi morti c’era Santinho, Santino in italiano. Un accolito, chierichetto di 20 anni circa. Un ragazzo allegro, attivissimo nella parrocchia, sempre a disposizione degli altri. La sua morale era dritta, certa, serena, testimoniante e coinvolgente. Abbiamo tanti giovani nelle nostre realtà con tanti gruppi i quali hanno tra di loro le piccole invidie, gelosie, orgoglio della “camicia”. Santinho non credeva in questo. La parrocchia aveva bisogno di un gruppo con un carisma tipicamente femminile e Santinho vedendo la lentezza delle ragazze che dovevano pensare a questo, si rimbocca le maniche e lui stesso fonda questo gruppo: per bambine!

Santinho che collaborava con tutto quello che poteva far uscire i ragazzi dalla strada, forse stava parlando con i due cercando di fargli capire che dovevano lasciare certi ambienti.

Santinho continua ora a far questo dal cielo, dove è stato mandato dalla violenta corruzione, dall’ingiustizia che ancora serpeggia nelle nostre strade.

Non mi interessa che due dei giovani fossero dei banditi, non è ragione valida per l’orrore che hanno scatenato. Il sabato precedente il mio confratello Mungole è stato rapinato: gli hanno portato via la nostra jeep nuova. 6 banditi con i famigerati AK lo hanno bloccato in strada, picchiato e derubato. Delle macchine che solo hanno “pensato” di aiutare hanno rallentato e i banditi sistematicamente gli hanno sfondato i vetri convincendoli ad andare via…

La violenza della nostra città è terribile, ma nessuno, neanche il peggior criminale merita ciò che è stato fatto ai nostri ragazzi.

Qui non si manifesta, non si urla. Noi “addetti ai lavori” ci rimbocchiamo le maniche, qualcuno si preoccupa di dire durante la messa: “Sono qui per gettare acqua sul fuoco, per spegnere incendi”. Paura di vendette che possono farsi strada. In verità è difficile. Chi ha fatto quello si crede intoccabile e forse lo è. Noi continuiamo a lavorare, a cercare di togliere i nostri ragazzi dalla strada e possibilmente prima che possano arrivare ad essere come Jonathan, bandito ingiustamente assassinato, da chi non importa.

Piangiamo Santinho e Jonathan nello stesso modo e a loro pensiamo quando lavoriamo con i meninos de rua, con il progetto sportivo, con i gruppi. Dobbiamo togliere i figli dell’Angola dalla strada…

Ricordatevi di noi nelle vostre preghiere, ora abbiamo degli intercessori in più in cielo, preghiamo insieme che smettano queste ingiustizie, queste violenze. Preghiamo per un futuro migliore per i figli di Angola.

July, 2008

La famiglia

La Famiglia, è un bene grande, è un qualcosa che spesso non sappiamo apprezzare, o che per lo meno io non sempre ho saputo apprezzare. Ora è lontana da me, distante migliaia di km, ma mai mi è stata tanto vicina.

A volte crediamo che le distanze del tempo, dei luoghi siano quelle che separano, che grande bugia. L'unica distanza che separa è quella dello Spirito, è quella del cuore. Spesso mi sono domandato come un uomo in carcere possa sentire forte e prepotente l'affetto per coloro che gli sono cari. Credo che la risposta sia nello spirito: non ci sono, ma proprio perchè relativizza tutto e tutto gli è stato tolto, l'unica cosa con la quale può comunicare davvero è la sua interiorità, il suo spirito e lì incontra i suoi cari.

Io li ho fatti soffrire molto quando ero adolescente, quando vivevo con loro. Non sono stato un buon figlio, non sono stato un buon fratello. Ero egoista, superbo, irrequieto. Vivevo con loro ma non ero con loro. Mi svegliavo con loro, mangiavo con loro ma non ne sentivo nè la presenza nè la mancanza. Triste vero? Solo oggi lo comprendo appieno. Lasciai la mia casa all'età di 21\22 anni. Mi allontanai da loro violentemente e con rabbia. Allontanandomi li ho trovati. Oggi sono qui in Africa, sono un membro della famiglia salesiana. Ho amici in tutto il mondo e relazioni importanti. E' dal 2006 che non vedo i miei e probabilmente non li vedrò prima del 2009. Ne sento la mancanza? Sì, mi mancano. ma è una mancanza colma di sorrisi e di affetto. Non è triste nè semplice saudade, nostalgia. E' semplicemente il desiderio di sentire mio padre parlare romanaccio su cose sulle quali 9 volte su 10 non concordo. Il desiderio di sentire mia madre urlare a mio padre perchè come al solito ne ha combinata una delle sue. Sentire i miei fratelli con i quali sono stato troppo poco e troppo assente, le mie sorelle. Mia nonna con il suo dialetto di San Marzano talmente stretto che a volte non la capisco e quindi cosa fare se non un sorriso e poi prenderla in giro?

Voglio bene alla mia famiglia, è stato un percoso duro questo. Abbiamo conquistato il nostro affetto passando per molti dolori, spesso causati da me. Abbiamo camminato e in questo camminare siamo cresciuti, siamo evoluti. I nostri spiriti sono cresciuti e come non ringraziare Dio ogni giorno per questo?

La mia famiglia ora è grande, ci sono entrate centinaia di persone che non hanno nulla a che fare con il mio "sangue". Sono felice della mia famiglia allargata. Sono orgogliso della mia famiglia di sangue ai quali voglio immensamente bene.

Oggi vi sto pensando più intensamente del solito, non mi basta ringraziare Dio per la vostra presenza nel mio cuore, ho bisogno di comunicarlo anche agli altri.

Dio vi benedica.

June, 2008

Musical... per esprimerci!

 

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In questi giorni stiamo iniziando una nuova avventura; desidero condividerla con voi. L'Angola continua ad essere una nazione di grandi contraddizioni, le quali a volte si tramutano in gravi ingiustizie sociali.

Alcune di queste ingiustizie sono ormai delle vere e proprie strutture di peccato, le quali potranno essere rimosse solo grazie ad una gran conversione di singoli individui, per poter poi arrivare alla conversione delle strutture. Vedo una speranza solo in queste conversioni le quali sono, con certezza di natura spirituale, di singoli individui, altrimenti avremo solo delle sostituzioni di strutture. Voglio ora presentarvi una situazione particolare legata ad una struttura di peccato come il consumismo (io perlomeno lo vedo come tale). Il problema si trova nell’ambito della cultura, più specificamente nel campo dell’espressione artistica, festiva vissuta da una parte dei giovani angolani. Questa parte di gioventù a cui faccio riferimento è quella legata all’ambiente cattolico in generale e salesiano in particolare. Le idee che presento sono frutto di riflessioni fatte nell’ambito delle nostre parrocchie, le quali hanno numeri elevatissimi di giovani (ex: la parrocchia di San Paolo dove mi trovo ha 16 gruppi giovanili, 12 d’adulti e giovani-adulti, 8000 catecumeni…).

I trenta anni di guerra hanno impedito la possibilità di movimento fisico, da un luogo vicino o lontano, ad un altro: uscire da casa poteva significare morire.

Questa situazione generò anche una grande povertà, fino a cinque o sei anni fa era normale entrare in un negozio “pieno” di scaffali vuoti. I giovani quando volevano fare delle feste, celebrare degli avvenimenti, lo potevano fare solo in luoghi chiusi e protetti (case private con cortile o nelle chiese) e tali feste normalmente iniziavano la sera per terminare solo il giorno seguente. Non era, infatti, possibile lasciare la casa durante il coprifuoco. In verità questa situazione non è poi cambiata molto ai nostri giorni, il problema del banditismo e della violenza urbana ha reso la città ancor più pericolosa che in tempo di guerra, ma non posso approfondire ora quest’argomento.

Con la fine della guerra si aprono le frontiere, riprende il commercio ed arriva “tutto” improvvisamente. Un’economia di sussistenza si passa ad un’economia consumista con persone impreparate ad usare i “prodotti di consumo” (quanto si potrebbe parlare sui cellulari, sulle auto, sui vestiti, sui computer). Mi avvicino al mio punto: le feste cambiano, si hanno più mezzi, ma infelicemente peggiorano.

Al di là delle feste fuori parrocchia (problema droga, alcool…) anche quelle in parrocchia peggiorano. Arrivano impianti stereo, microfoni e quanto serve. Teoricamente si dà una maggiore qualità, praticamente non sempre accade. Vi presento il mio nemico numero uno: il playback, nato in questo contesto. Il playback lo conoscete tutti, è il culto dell’immagine e la morte dell’arte. Diventa una delle attrattive principale delle nostre “tardes ricreativas” , feste dell’oratorio, le quali grazie a Dio hanno anche tante cose belle e ben fatte come il teatro, scenografie, danze ecc.

In teatro è meraviglioso, è teatro d’improvvisazione, ma anche teatro di qualità con spettacoli strutturati da un copione ben elaborato. L’angolano d’altronde è un attore nato, ama danzare (che vergogna per me non saper danzare L) ed organizza semplici ma belle scenografie.

Il problema in questo momento è la ripetitività a scapito della fantasia, i contenuti, l’effettiva espressione di quello che si ha dentro, e non il semplice copiare qualcosa fatta da qualcun altro, spesso un americano o un brasiliano di moda al momento. Lo slogan spesso è “rifacciamo quello che è riuscito bene o che piace”. Il playback si inserisce poi in questo contesto con il suo negativo “apparire” e “non essere”!

Un\o ragazzo\a sale sul palco, imita un cantante nei movimenti, con un microfono spento in mano. Applausi a non finire! La mia grande critica è anche questa: chi sa cantare ma non sa apparire è escluso a priori! Questa dinamica mi ha sempre indispettito, abbiamo ragazzi\e con voci meravigliose, che a volte sanno anche suonare, ma sono esclusi.

Una conseguenza è anche l’inesistente repertorio di canzoni religiose angolane, cantiamo e preghiamo solo canzoni portoghesi e brasiliane: ed il nostro essere spirituale profondo perché non può esprimersi attraverso questo meraviglioso dono che è il canto?

La mia proposta è semplice, non è una novità e non è mia: un MUSICAL!

Un caro amico, Padre Simone Calvano, ha dato vita con un gruppo di adolescenti della Parrocchia di Vastp, ad un musical sulla vita di Domenico Savio: “Passi d’infinito”.

Gli ho chiesto un aiuto e lui generosamente mi ha inviato tutto: copione, musiche strumentali, canzoni, spartiti, video. Grazie Simone!

Ho intenzione di usare questo materiale, non per farne una copia o una semplice traduzione, ma per mostrare una espressione artistica “nuova” ai nostri ragazzi, magari adattandolo o meglio ancora ispirandosi ad esso, farne uno nostro, un Domenico Savio angolano!

Qui in parrocchia abbiamo un gruppo chiamato ADS (Amici di Domenico Savio) del quale sono la guida spirituale. È strutturato in diverse fasce d’età: bambini, adolescenti, giovani e giovani-adulti (dagli 8 ai 25 anni). Lavoreremo con tutte le fasce, esclusi gli animatori. La scelta è motivata dal fatto che per loro è difficile uscire da schemi prestabiliti, e dal desiderio di responsabilizzare i più giovani e prossimi animatori: lasciarli margini maggiori d’espressione.

Ato coinvolgendo anche giovani-adulti fuori dal gruppo, con competenze nel teatro, nella musica e un Padre (Padre Aurelio) con competenze teatrali, insieme a loro i ragazzi potranno dare maggior qualità al lavoro, apprendendo con persone competenti.

L’obbiettivo è quindi di mostrare una dinamica diversa di espressione artistica, lavorando anche sull’inculturazione, valorizzando le diversità di talenti e promuoverli. Questo permetterà anche di mostrare dei modelli positivi agli altri ragazzi creando quindi (spero) una catena positiva.

Ho ricevuto delle piccole beneficenze (grazie ad una cara amica cibernetica che ama l’anonimato e al gruppo teatrale di Ciampino “Rumori di scena”) che mi stanno permettendo di comprare dei microfoni in Italia (spero che arrivino presto cari amici di Missioni don Bosco J, anche se sono pochi, ma questi possiamo permetterci).

Speriamo di trovare altri amici solidali che ci aiutino a comprare delle luci, qualche altro microfono, vestiti di scena.

A questa idea è anche legato un altro mio desiderio sul quale presto inizierò a lavorare: un festival canoro e uno gara di karaoke, il perché l’ho spiegato sopra.

Spero di far “uscire” i nostri ragazzi da questa “ripetività artistica” che vedo come una forma di neocolonialismo, ancor più pericoloso perché culturale, silenzioso e infame si insinua nella nostra società. Non ha contenuti e mi sembra incapace di esprimerli in occidente, ancor meno qui in Angola.

Questo purtroppo è solo un piccolo effetto del consumismo occidentale qui a Luanda, ancor più deleterio che in occidente, in quanto i nostri fratelli angolani, non sono per la grande maggioranza, preparati ad affrontarlo, mancando di un giudizio critico sui mezzi da usare, sul come utilizzarli.

Spero che da queste iniziative nasca il desiderio di raccontarsi, di raccontare se stessi, la propria anima, la propria cultura, i propri desideri sogni; non un triste ripetere qualcosa fatto da altri (spesso solo con l’obbiettivo di guadagnare), figlio di vuote affettività e contenuti esistenziali.

Stateci vicino con le preghiere e con l’affetto.

June, 2008

Notizia di famiglia: INTER

È il colmo…ma è un bel colmo.

 

Notizia veloce di famiglia Boca aberta

 

Non tutti lo sanno, ma sono un forte appassionato del calcio, amo lo sport in generale, ma il calcio lo amo appassionatamente. Ho due giocatori preferiti: il genio Maradona e il sublime Van Basten.

La mia squadra del cuore è il Milan, sin dai tempi della serie B quando ero lo sfigato preso in giro alle elementari, e peggio ancora nelle medie dopo la faticosa risalita in A e i fasti di Giussy Farina e Luther Blisset…

Poi arrivò il Berlusca e il Milan divenne la squadra più titolata del mondo. Che c’entra questo con l’Angola e la mia missione?

C’entra… credetemi!

Sapete che nel 2004 iniziammo nella Lixeira a realizzare il Projecto Desportivo Dom Bosco: per mezzo dello sport creare dinamiche di inclusione sociale, riabilitazione, recupero scolastico, diminuzione dei meninos na rua…

Il progetto cresce, con le sue grandi fatiche, sforzi e va avanti. Oggi abbiamo una realtà bella, siamo nella Lixeira, siamo a São Paulo, a Mota, a Dondo.

Abbiamo più di 2000 bambini, giovani adolescenti nel progetto,  con tanti amici alleducatori che con un meraviglioso spirito di volontario si mettono a disposizione. Ci mancano solo i soldi, il materiale sportivo…

Io spesso dico ai miei ragazzi: “possiamo giocare a piedi nudi, con un pallone supertela sgonfio ed essere una SQUADRA VERA! Siamo squadra perché scegliamo di stare insieme, di crescere insieme, di vivere allegramente insieme, anche quando la società ci spinge verso altro”.

È il nostro spirito.

Molte persone ci aiutano: piccole beneficenze dall’Italia, aiuti dal Brasile, qualcosina venne dalla Spagna. Ora abbiamo anche una bell’amicizia con alcuni professionisti dello sport angolani, Felipe Cruz allenatore campione d’Africa di pallamano con il Primeiro de Agosto, Carlos Monteiro responsabile della formazione nel Petro di Luanda, Carlos Almeida forte giocatore di basket, campione d’Africa con la nazionale angolana e giocatore alle olimpiadi di Pechino, e altri amici. Loro ci aiutano a realizzare delle manifestazioni di un certo richiamo grazie anche alla loro presenza, sono dei bei modelli educativi per i nostri ragazzi.

Ora, e qui è il colmo dei colmi, si sta aprendo una bellissima collaborazione con una squadra italiana di calcio: l’INTER!!!

Mandai lettere alla PGS italiana chiedendo aiuto: neanche mi hanno risposto; alla Juventus, al Milan, niente di niente.

L’Inter invece, grazie ad un comune amico (Italo Governatori, presidente e fondatore della ONG Lumbe Lumbe), non solo ci ha risposto, ma è già venuta a Luanda! A novembre inizieremo ufficialmente il primo INTERCAMPUS Angola. Dalle foto nel blog potete vedere qualcosa.

Abbiamo avuto con noi Massimo (dirigente Intercampus) e Alberto (allenatore). Inizieremo con 100 bambini, divisi in 5 squadre (2 nella Lixeira, 1 in Mota, 2 in São Paulo). Ci forniranno divise di gioco, palloni, materiale formativo. Grazie INTER! (non ci riesco a dire forza Inter ma datemi tempo, pur rimanendo milanista, sono una persona che sa ringraziare Boca aberta).

È l’inizio, se la nostra collaborazione avrà buon esito (e non ho dubbi) continueremo a camminare insieme coinvolgendo ancora più bambini nell’Intercampus. In questo momento nel projecto abbiamo circa 80 squadre di calcio, la maggior parte di adolescenti e giovani, è un’ottimo aiuto per dare forza ai bambini, di solito i più limitati nel praticare sport, comprare anche solo una palla costa e qui costa sui 60€ (di media qualità)!!

Grazie Inter, grazie a Massimo e Alberto.


May, 2008

Provo a scrivere dopo tanto tempo...

Luanda 13 maggio 2008

 

Salve cari amici, dopo una lunga pausa eccomi qui. È stata una pausa non molto desiderata né voluta, ma tanto è, spesso si è obbligati a fare quello che si deve fare e non quello che si vuol fare.

In questo tempo di silenzio non sono stato inattivo ma al contrario un poco indaffarato.

Ho avvertito il desiderio di variare la mia collezione di malattie, quindi ho avuto la gioia di sperimentare una fastidiosa infezione. Dopo un mese di “pene” varie me ne sono finalmente liberato (non lo dico a voce alta… spero di essermene liberato). Come da tradizione ne parlo ora che sono (forse) guarito. Altro impedimento di questo periodo è stato un super lavoro. Il mio ex boss Padre Tirso è diventato Dom Tirso, Vescovo della diocesi di Luena. Questa notizia ci ha scombussolati in quanto dom Tirso era la mente esecutivo -progettuale della Pastorale giovanile. Ci siamo ritrovati improvvisamente senza un pezzo da 90. IL suo sostituto Padre Martin d’altro canto è partito per Roma per rappresentare la nostra Ispettoria al capitolo generale 26 di noi salesiani, tentando di riportare indietro l’altro nostro pezzo da 90: Padre Guilherme, nostro superiore. Non ce l’ha fatta, padre Gulherme è ora il superiore di tutto il continente africano. In tutto questo marasma io sono stato leggermente colpito in quanto mi sono ritrovato a dover sostituire Pe Martin, delegato per la pastorale giovanile nella mia comunità di San Paolo e dell’intera Angola. Insomma per farla breve, prima avevo poco tempo… nell’ultimo periodo non avevo più neanche quello.

Sono accadute però tante cose belle, impossibile da raccontare in questo piccolo spazio.

Voglio condividere con voi uno dei tanti piccoli sogni per i quali lottiamo. Abbiamo appena presentato alla Comunità Europea un progetto sui diritti umani. Questo progetto mi entusiasma non poco in quanto ne sono pienamente coinvolto dalla fase progettuale a quella esecutiva. Desideriamo creare una commissione che si occupi di:

“tradurre” in linguaggio quotidiano la Dottrina Sociale della Chiesa, un meraviglioso patrimonio di saggezza e sapienza utile al mondo intero, ma spesso sconosciuto alla maggior parte dei cristiani. Questa squadra non si limiterà a questo, ma produrrà dei volantini da distribuire nella Parrocchia (in un primo momento, l’idea è di moltiplicare il progetto a livello nazionale) ed a organizzare incontri di formazioni sui vari argomenti della DSC (il cristiano e la politica, dignità della donna, diritti dei bambini, deleghe dello stato ai cittadini o altre istituzioni ecc…) nelle scuole, contiamo di raggiungere circa 30.000 persone in due anni. Questi incontri avranno anche il coinvolgimento di un gruppo di teatro.

Ci saranno poi dei corsi più specifici diretti ad un numero minore di persone, con i quali rendere più accessibili le informazioni ai diritti umani e formare anche degli animatori di diritti umani.

Sempre nel progetto un altro mio sogno condiviso dai confratelli: l’apertura di una sala multifunzionale nella nostra parrocchia: computer con collegamento internet con la possibilità di poter avere accesso quindi alle molteplici informazioni del cyber world. Vogliamo davvero democratizzare l’informazione, aprire la possibilità di ricerca, alimentare menti critiche capaci di conoscere e criticare. In questa sala desideriamo offrire corsi di “open source”, apprendere ad usare programmi di alta qualità ma non resi esclusivi dal copyright. Parlo di sistema operativo Linux e di programmi come open office, Gimp, PDf creator e tantissimi altri. È una maniera per formare all’onesto uso degli strumenti  i nostri giovani (basta programmi pirata) e alla democratizzazione dell’informazione e dell’uso dei mass media. Quindi un corso sul come usare e costruire BLOG. In un paese dove l’informazione è spesso “pilotata” vogliamo aprire una finestra sul diritto alla libera informazione.

Il lavoro da fare è molto e duro, non sarà semplice, ma, se la Comunità Europea ci aiuterà finanziariamente, credo che sarà provvidenziale per i nostri giovani e la nostra città, sperando di lavorare davvero bene ed offrire i nostri sforzi alle altre parrocchie di Luanda e dell’intero paese, è per noi infatti, fondamentale l’idea di rendere il progetto accessibile a tutti, o perlomeno i suoi fritti, senza un serio lavoro in rete, la nostra cara Chiesa può fare ben poco.

Al di là di questo ho ripreso a dare catechesi ad un gruppo di adulti. Coordino un centro di catechesi, continuo a seguire i gruppi della parrocchia e le sue commissioni di servizio. Il progetto Sportivo Dom Bosco continua ad avanzare. Molti amici ci hanno mandato delle offerte e queste ci stanno permettendo di far avanzare il progetto in maniera particolare di dare maggiore qualità alla sua vertente sociale per mezzo di corsi di formazione umana. 

Luanda continua a crescere senza limiti, la corruzione continua imperterrita a creare pochi ricchi sempre più ricchi, e tanti poveri sempre più poveri. Sta nascendo una classe media, ma le difficoltà continuano ad essere enormi.

Avrei altre cose da dirvi… ma non riesco a trovare il tempo… alla prossima.

Stefano

April, 2008

Il muro di Berlino

 Disse nel 1973 Michel Kayoya del Brurundi:
"A Berlino nel 1885 si è spartito il nostro continente. Senza domandarlo a nessuno, ci si è presi cura della nostra miseria. Si venne per farci uscire dalla nostra secolare miseria. Si venne per educarci. Si venne per civilizzarci. Questo trattato di Berlino mi ha offeso per tanto tempo. Tutte le volte che mi imbattevo in questa data, provavo lo stesso disprezzo. Che un essere umano ti disprezzi, lo concedo, ci si pensa per un giorno e poi ti passa. Che un popolo, vi disprezzi, disprezzi voi, vostro padre, vostra madre, il vostro popolo, questo è il culmine!
IL culmine dell'indignazione che un cuore umano possa "digerire". Ma la cosa peggiore fu che questa data mi fu insegnata, La dovetti imparare a memoria. Per tutta un'ora di lezione ci dissero i nomi dei firmatari del trattato di Berlino, le loro straordinarie capacità, la loro abilità diplomatica, le motivazioni a monte di ciascuno. Davanti a noi, dal viso immobile, esposero le conseguenze:
la pacificazione dell'Africa, il coraggio degli esploratori, l'altruismo umanitario. Ma nessuno, assolutamente nessuno indicò l'offesa, l'infamia che ci accompagnava ovunque. Un essere umano, uno che è tuo pari, si intromette nei tuoi affari senza chiedertelo. E' un grossolano sgarbo che ferisce ogni cuore sensibile".

Ferisce anche a me questa indegna farsa perpretata a Berlino, farsa per la quale noi occidentali non ci siamo mai preoccupati. Ci si preoccupa di far tornare alcuni dipinti o statue ai paesi di origine, questa questione dei confini costruiti a tavolino no, neanche la si può affrontare. E' utopia oggi pensare di poter fare qualcosa per questo indegno sfregio al continente africano, al popolo africano.
Mi sento solo di chiedere scusa e di unirmi all'indignazione del cuore sensibile ferito.
In Italia ne discutete, se no altro per amor della giustizia?

Ciao e buona vita
February, 2008

una biografia di Stefano, cioè io :)

Mi è stata richiesta da un giornale, la condivido con voi.

Salve a tutti, chi scrive è un giovane missionario di 35 anni J.

Vivo dal 2004 nel continente africano: 3 anni in Angola; 1 anno in Kenia. Il giorno in cui ho visto per la prima volta il suolo africano (come missionario) mi sono emozionato, e dentro di me ho sussurrato: sono a casa.

Non dimenticherò mai quel giorno.

Un viaggio iniziato dalla Pisana di Roma, arrivo all’aeroporto con circa 80 kg di bagaglio in più del dovuto: una lotta con il check in ed ho il via libera fino a Parigi; altra lotta a Parigi per avere la possibilità di trasportare il tutto fino a Luanda.

Finalmente arrivo, accolto all’aeroporto da un mio confratello e 4\5 meninos de rua in cerca di denaro o una borsa da rubare. Un sorriso, due parole del confratello e un “Desculpe padre, mas queremos ajudar”. “Ci scusi “don”, ma ti aiutiamo lo stesso ok?”, in pratica ti aiutiamo e non ti derubiamo nulla; don Bosco non gli era sconosciuto.

Posso fare un balzo nel passato prima di continuare?

 

Carsoli- AQ, 1985. Un ragazzo di nome Stefano è in piena crisi adolescenziale: rifiuto dell’autorità paterna, del paese in cui vive, della realtà che in qualche modo lo opprime. Stefano è un adolescente in fuga, cerca emozioni, non desidera certezze. Lascia la Chiesa: troppe vuote parole e regole morali tradite continuamente dalla società e da alcuni “prelati” che conosce bene. Lascia i buoni amici e il calcio, non è un fuoriclasse e gli allenamenti regolari, gli amici regolari non lo annoiano, ma neanche lo eccitano. Terza media, aula normale con professori normali, che non sanno aiutarlo ad andare oltre. Totale disinteresse.

Inizia a scoprire altro: le ragazze, le sigarette, le canne.

 

Si diploma alla scuola media con il minimo, arriva l’estate, arriva lo sballo. Inizia un vortice d’emozioni. Il desiderio di fuga s’incontra con la realtà dell’hascish. Il denaro in tasca non gli manca, i genitori hanno un’avviata attività commerciale, Stefano lavora e di tanto in tanto dimentica una mano nella cassa. Alla sera i sella ad un motorino o con l’autostop si fugge:  destinazione i paeselli intorno, pieni di romani (e romane) in villeggiature. Il vorticoso passaggio da una vita noiosa, fatta di doveri e regole a quella di menzogne ed emozioni è fatta. Stefano ha un grande amico. I due insieme sono davvero pericolosi. Iniziano a comprare hascish a Roma attraverso alcune amicizie di Stefano. I due hanno 13 e 14 anni. La sera rubano la 126 della mamma dell’amico ed entrano in autostrada, destinazione Roma e il fumo. Da lì il passaggio ad una vita sempre più sregolata: alcool, droghe, prostitute, sesso. Le amicizie buone finiscono nel dimenticatoio, la scuola anche. Dopo l’ennesima bravata il papà lo ritira dalla scuola agraria di Avezzano. Le amicizie pericolose continuano, amici che usano armi, droga. La droga passa dall’hascish alla cocaina. Di giorno lavora, è un fiorista “affermato” e bravo. Al calar della sera è un ragazzo annoiato da tutto che vive solo d’emozioni, sempre più difficili da trovare annebbiato com’è dal consumo di droghe, eccessivo.

La sua giornata inizia alle 7 e prima di far colazione la prima canna è stata accesa, andando avanti ad un ritmo sostenuto. Al termine della giornata se le canne non sono 10 con certezza, saranno 9. Tutto è secondario, non importante. Non ha rapporti veri con la sua famiglia, in eterno conflitto con suo padre. È totalmente disinteressato dei suoi fratelli. Continua così fino ai 21 anni. Unica scossa in questa vorticosa strada fatta di egoismi è la comparsa di una ragazza trentina. Lei è sensibile, onesta, ama la montagna, la pulizia. S’incontrarono in una vacanza a Rimini anni addietro. Ebbero una storia. Lei lo lasciò per le sue continue bugie. Si rincontrano, si piacciono di nuovo, ma lei non accetta di re-iniziare: “ Il giorno che vedrai in te ciò che io vedo oggi sarò orgogliosa di te. Tu però non vuoi vedere e per l’amore che provo per te, voglio non vederti più. Non posso osservarti distruggere quello che sei veramente”.

Queste parole rimasero scolpite nel cuore di Stefano, scolpite a fuoco, dolorosamente scritte.

A 21 anni Stefano va in vacanza: Repubblica Dominicana. La sua vita non ha senso. Lavoro- droga sono le due costanti. Ha molti amici, gli vogliono bene e lui glie ne vuole, ma non si sente capito e continua a sentirsi oppresso, il bello è che non lo sa.

Repubblica Dominicana: arriva strafatto di cocaina. Arriva in una cittadina che vive di turismo e vi arriva nel periodo di bassa: pochi turisti. Il suo unico desiderio è avere sesso, droga e divertirsi. Accade l’imprevisto: una ragazza, una prostituta.

In una maniera bizzarra conosce una prostituta, contravvenendo alle regole dategli da un amico italiano che vive nell’isola, va con la ragazza in uno squallido alberghetto nella favelas, è talmente fuori che neanche se ne accorge. Il giorno dopo si sveglia, al suo lato questa bellezza esotica che non ricorda di aver conosciuto. Apre le finestre e lo sguardo si posa sulle basse case, ognuno di un colore diverso dinanzi a lui. Su un albero sono appollaiate delle galline. Percepisce che si trova nel luogo errato. Fugge precipitosamente fuori; una moto taxi lo riporta al suo tranquillo albergo, dai suoi amici. La ragazza lo cerca, lo trova. Non vuole solo i soldi che lui non gli aveva lasciato, ma vuole incontrarlo di nuovo.

Grazie a questa ragazza entra e d esce dalla favelas, mangia per la prima volta in cantine non per bianchi, visita e conosce luoghi non per i turisti. Scopre cosa significa prostituirsi per una ragazzina di 15 anni (molte delle ragazze-bambine in quell'albergo erano di quell'età, tra queste Angelica, la sorella minore di Carolina, l'amica di Stefano), di fatto va a vivere con la sua amica nell’albergo dove lei e le sue amiche “lavorano”. Vede gesti di solidarietà tra queste ragazze, tra loro e meninos de rua scacciati da tutto e tutti, perché pericolosi, ed è vero che lo sono.

Scopre un mondo nuovo che non immaginava minimamente esistesse, e per la prima volta da anni, non usa droghe: la ragazza con il suo affetto e la sua sensibilità ha fatto il miracolo che nessuno era riuscito a fare. Ha svegliato Stefano.

Inizia una nuova vita, lontana dagli eccessi delle droghe, del sesso facile, di tutto ciò che era sensazione veloce e non sentimento vissuto. Il mondo sembra assumere forme, colori, sapori nuovi.

Una decisione drastica, netta: lasciare la famiglia, lasciare Carsoli, lasciarsi scoprire dal mondo e scoprire il mondo.

Non fu semplice, le resistenze furono molteplici. Un caro amico guardandolo negli gli dice:” ma cosa ti è successo a Santo Domingo? Sei impazzito?”

Stefano è davvero impazzito, vuole sentirsi libero, vuole vivere senza il fumo dell’hascish nel cervello, o delle altre droghe. In famiglia non lo capiscono (e come potrebbero? In verità neanche Stefano si capisce, sa solo che tutto quello che ha lo sta distruggendo, giorno dopo giorno).

Va via. Potrebbe incontrare denaro facile con alcuni amici romani, decide invece di chiedere aiuto ad una sua zia, la Zia Rosa.

Lei è poliomielitica, vive nella comunità di Capodarco di Roma. Stefano va lì. Lo ospitano e lui cerca di rendersi utile in qualche modo. Fa amicizia con i residenti di Capodarco e scopre altri mondi: il mondo della sofferenza quotidiana di chi non può usare le braccia, le mani, le gambe, a volte di chi ha limiti intellettuali. Scopre i down, gli spastici. Gli insegnano a vivere. Gli spiegano cosa significa gioire delle piccole cose del quotidiano.

Con gran sorpresa di tutti, Stefano non solo si trova bene, ma riesce anche a fare del bene. Gli propongono di fare qualcosa insieme, lui vuole provare. Un buon colloquio con una psicologa e la doccia fredda: “Se vuoi aiutare gli altri, prima cerca di capire perché fino ad un anno fa non eri capace di aiutare te stesso. Sconfiggi i tuoi incubi. Trovati davvero e dopo sarai una gran ricchezza per gli altri”. Una doccia fredda. Stefano lascia Capodarco arrabbiato e deluso. Va a trovare dei parenti in Campania e lì in 5 minuti torna a fare amicizie particolari. Un brutto episodio lo obbliga a scegliere: cosa vuoi, il passato o vuoi continuare a cercare un futuro diverso?

Torna a Capodarco, con il suo fondatore inizia un cammino di riflessione che lo porterà fino alla Comunità del Soggiorno Proposta ad Ortona. Dopo due anni dall’ultima canna, dall’ultimo tiro, Stefano accetta di entrare in una comunità terapeutica per ritrovarsi davvero. Tre anni di cammino, con forti difficoltà iniziali: “Ma io non mi sono mai fatto d’eroina, ma io non sono mai stato un “tossico”. Questo non è il mio posto.”

Stefano schifava tutti, l’unica persona che stimava era Don Gigi, il fondatore. Piano piano, grazie agli altri ragazzi percepisce che si stava solo raccontando delle giustificazioni, semplicemente non voleva scavarsi dentro e vedere che in fondo i suoi problemi interiori, affettivi, erano gli stessi del tossico da ero. Erano gli stessi di molte altre persone che non vogliono guardarsi dentro. Inizia a farlo ed incomincia il suo vero cambiamento. Al termine della comunità lo Stefano che esce ha davvero poco a che fare con lo Stefano di prima. Ha delle proposte di lavoro nel sociale, vicino alla comunità che tanto ha significato ( significa) per lui. Le rifiuta, sta ancora cercando. Accetta di tornare a Capodarco come volontario. Pochi soldi, tantissimo lavoro. Non ha importanza, sta crescendo e crescere merita dei sacrifici…

 

 

 

Ci siamo lasciati con Stefano che cerca, che cerca se stesso, sacrificando molte cose che prima avevano un’importanza fondamentale: tutto ciò che emozionava.

A volte mi fermo e ricordo quello Stefano, che cercava sempre di andare fuori giri, come una macchina lanciata al massimo su una strada piena di curve, il contagiri sul rosso, e le ruote che stridono… facilmente si va fuori strada. Spesso torno a ricordare amici che come me viaggiavano a velocità folli, cercando di stare sul rosso. La maggior parte non ci sono più: Teo, Romoletto, la Mosca, e tanti altri di Roma, di Napoli, di l’Aquila… mi stanno aspettando laddove sorella morte ci porterà un giorno, a tutti e senza eccezioni alcuna.

 

Stefano va a Capodarco. Da qualche tempo ha riscoperto la presenza viva di Gesù e questo lo turba, lo inquieta e allo stesso tempo gli dà forza. Ora vive a Grottaferrata, in una comunità di Capodarco liberata dalla magnifica Lilly, una grand’amica scomparsa da qualche anno. Lilly aveva una di quelle malattie che deteriorano il corpo, ma che non riescono a scalfire minimante l’anima quando questa è forte, piena, viva. In questa comunità c’è un microcosmo, buoni, cattivi, deboli, forti, vigliacchi e modelli di vita. Stefano si fa apprezzare, ama ed è amato. Non è persona da compromessi, ha scelto di non farne più, soprattutto con la coscienza, questo gli causa non pochi problemi, in maniera particolare con quelle persone che sfruttano il “sociale”. Ci sono purtroppo persone che “scelgono” di aiutare gli altri, perché farlo li fa stare meglio. Usualmente sono quelli che danno e creano seri problemi.

Mi viene la voglia di scrivere qualche esempio concreto, ma non ne vale la pena, sarebbe gossip e qui non vogliamo questo. Queste esperienze forgiano il nuovo Stefano, lo obbligano a scegliere continuamente di non essere più uno di quelli che pensa “vivi e lascia vivere”. Sceglie di intervenire e di pagare sempre di persona. Certo questo fa male e causa non pochi problemi, ma ti lascia dormire con una coscienza viva e serena, dopo tanti anni di bugie, di sottorifugi non è poco. Stefano sente di essere sempre più affascinato da questo Cristo che vive ora nella dimensione della sofferenza fisica e affettiva di molti fratelli e sorelle della comunità, ma ne ha paura, lo sconvolge il pensiero di lasciare tutto di nuovo, e soprattutto di essere un servo del Signore: n’è indegno.

Ci sono diverse ragazze che gli fanno gli occhi dolci; anche qui Stefano è cambiato, non desidera storie, non desidera fughe, preferisce costruire e vivere amicizie. Quando la paura di Gesù si fa più forte, Stefano decide di nuovo di fuggire, questa volta non con la droga ma con una ragazza con argomenti sicuramente convincenti. Il fondatore di Capodarco, Don Franco n’è felice, vede Stefano come qualcuno con il quale sognare un futuro in Capodarco.

 

Stefano ci prova, ma Gesù ha una voce più suadente. Va in crisi. Non scorderò mai una settimana in cui cercavo sostegno e rifugio nel Vangelo secondo Luca e in “Fratello sole, sorella Luna” di Zeffirelli. È dura, sembra una sofferenza simile a quella provata quando scelse di uscire fuori dal mondo precedente. Cerca don Gigi: “Ho la vocazione?” “Con certezza hai una vocazione apostolica, vuoi dedicarti agli altri, continua a cercare”. Arriva il momento più duro, lo scegliere per non continuare ad essere inquieto e allo stesso tempo per lasciare libera Isa, la ragazza che perse Stefano, rubatogli da Gesù, ma ancora aspettava che l’ennesima stranezza di quel ragazzo sensibile svanisse, e lui finalmente tornasse a lei.

 

Stefano fa degli straordinari, pulizia del centro professionale per due mesi nel suo tempo libero, la sera dopo le 21 in pratica. Desidera avere il denaro sufficiente per prendersi 20 giorni di vacanza. Va trovare una delle sue più care amiche, Monia e un caro amico, Camillo. Sono compagni della comunità, lo conoscono come pochi. Passa i suoi giorni con loro, Vasto e uno sperduto paesino in provincia di Lanciano gli danno serenità e forza. Arriva la scelta benedetta da un sonoro “sei pazzo” da parte di tutti, tranne Don Gigi, Antonella (educatrice al Soggiorno Proposta). Altra crisi: Don Bosco o San Francesco? Sceglie don Bosco. Entra come aspirante religioso nella congregazione salesiana. Passa un anno nella casa di Vasto. Un’esperienza forte, viva, dura. A malapena conosce la maggior parte delle preghiere, l’unica cosa che conosce bene è la Bibbia, letta e riletta ormai negli ultimi anni.

 

Il capodanno del 97 è un’incubo. Essere un religioso non è una cosa semplice, lasciare tutto per donarsi completamente è uno spogliarsi per rivestirsi di Cristo, è cambiare pelle, è doloroso. Lo si accetta solo per amore. Quel fine anno Stefano lo passò nella sua piccola camera, piangendo e pregando: “Davvero mi vuoi?”.

Le esperienze passate lo aiutano ad entrare nel cuore di tanti giovani, li segue, li cerca, gli parla, li ama e da loro è amato. Arriva un’occasione meravigliosa e fondamentale: la possibilità di vivere un’esperienza in Africa, un mese in Angola con un gruppo di giovani degli oratori salesiani. L’Angola è in guerra, ma i salesiani garantiscono la sicurezza della piccola spedizione missionaria. Stefano conosce quella che un giorno sarà la sua nuova casa, la nuova patria. Arriva in un paese che sta morendo in una sanguinosa guerra civile, vede cose che pensava esistessero solo nei film. Violenza, povertà, desiderio di un mondo diverso, fede. Questa esperienza lo segnerà indelebilmente: voglio essere un missionario di Cristo, non importa dove, ma voglio esserlo. Torna in Italia e dopo un anno lascia Vasto.

 

Un anno vicino Roma nel noviziato (Lanuvio) e scegli di essere salesiano, la congregazione lo accetta ed eccolo emozionato a pronunciare pubblicamente i voti di Povertà, Castità e Obbedienza. Arriva l’ennesima prova: “Il tuo curriculum scolastico è incompleto, devi tornare a studiare”. Lascia i suoi compagni e va a vivere a Torino. Altra esperienza bella, intensa e dolorosa. Torino, città totalmente diversa dalla sua Roma, dal suo Abruzzo, da tutti gli altri luoghi in cui aveva vissuto. Fa freddo e spesso questo freddo è nel suo cuore, si sente solo e non capito, così come lui non capisce questa nuova cultura (vi confesso che mi sono ambientato più velocemente a Luanda che a Torino). Non nasconde il suo passato, racconta chi è, ha deciso da tempo di non volersi nascondere, lo paga a caro prezzo, anche nella vita religiosa ci sono giudici, arcangeli che in nome di una certa giustizia condannano e chiudono i propri cuori. Tutto questo passa in secondo piano, grazie ai giovani che incontra, alle tante persone che lo fanno sentire amato. Come non ricordare il gruppo di marocchini e d’albanesi che segue? Tutti rigorosamente musulmani. All’inizio sono chiusi e non amichevoli. Mesi di pazienti momenti in silenzio, a cercare di fare amicizia nell’oratorio di Valdocco, la prima casa di Don Bosco. Finalmente il muro cade e nasce un’amicizia profonda e intensa. Il salesiano direttore della casa un giorno gli dice “è la prima volta che vedo questi ragazzi salutare il loro “assistente” prima di andare via”, le più belle parole che potevano essergli rivolte, lo ripagano di tutti i sacrifici e le sofferenze.

 

Nascono amicizie profonde ed intense, vive ancora oggi con altri giovani di Torino che incontra nelle scuole e nei luoghi dove è chiamato ad offrire il suo servizio. Studia in un liceo linguistico, un uomo adulto con degli adolescenti, ennesima prova, non è davvero una cosa normale. Anche qui trova risposte positive, il bene d’altronde è ovunque, basta cercarlo con volontà e tenacia. Arriva il diploma e il momento di lasciare Torino, si torna a Roma, due anni per studiare filosofia e un servizio apostolico in una Parrocchia di Ciampino. Sarebbe bello raccontare tutto, ma servirebbe un libro. Una cosa che vale la pena raccontare è l’ennesima crisi, una “lite” con un salesiano, direttore della casa di Roma. Stefano si sente in gabbia, la vita dello studentato lo limita, è uno spirito libero. Università, studio, preghiera. Il sabato e la domenica attività apostolica. Troppo poco per il suo carattere. Stefano vuole stare fra la gente, con il popolo. Desidera stare con i ragazzi difficili, poveri. Si trova lontano da loro, entra in un conflitto ideologico con il suo superiore il quale lo invia regolarmente in ambienti “normali” e “buoni”. “Se non sono buono per i poveri non lo sono neanche per i ricchi”.

 

Stefano da scandalo: prende armi e bagagli e se ne va a parlare con il suo superiore diretto ad Ancona. La sua domanda per andare in missione è stata accettata, sarebbe meglio starsene buoni. Accade il contrario, blocca tutto e chiede un tempo di riflessione, se Dio lo chiama ora gli darà le risposte che desidera. Torna a Torino da un fraterno amico, va a riflettere su una montagna, inseguito dalle telefonate preoccupate di tanti amici, religiosi e non. Sceglie di essere docile ed obbedire, anche grazie alle parole di uno dei superiori generali, il quale non si nasconde dietro una foglia: “Hai ragione tu, ma allo stesso tempo devi apprendere ad avere pazienza e con questa aiutare anche chi la pensa diversamente da te”. Onesto!

 

Arriva l’Africa, arriva la mia casa.

Dopo un viaggio di 11 ore arrivo a Luanda, l’avevo lasciata nel 1998, sporca, in rovina, impaurita. La prima volta che uscii dall’aeroporto, la puzza fu come un pugno nello stomaco, questa volta no, eppure non profuma di rose. Sull’aereo un pensiero veloce “Si sta realizzando quello che ho sempre sognato, anche quando non lo sapevo… Ti ringrazio mio Signore”.

Il tempo di una rapida colazione ed eccomi nella casa di São José de Nazaré: la Lixeira (immondezzaio in portoghese): una favelas di 1 milione e mezzo di persone, la nostra casa davanti al Roque uno dei più grandi mercati all’aperto dell’Africa.

Inizia un tempo di gran lavoro. La comunità salesiana ha una scuola con 6000 studenti (dalle elementari al “liceo”), alfabetizzazione 8000 studenti, centro professionale 2000 studenti. La parrocchia ha 14 piccole cappelle, ciascuna con un’opera sociale che va dal centro di salute a quello professionale. 6 oratori, e Stefano ci mette del suo creando il Projecto Desportivo Dom Bosco, per mezzo dello sport creare dinamiche di inclusione sociale in una delle più brutte e pericolose favelas dell’Africa intera. I Salesiani che vi lavorano? 4!

 

Il Projecto ha successo, dopo un anno ci sono 2000 tra giovani, adolescenti, bambini, divisi in 120 squadre e 5 discipline: calcio, basket, volley, pallamano, Capoeira.

Sono responsabile anche dei 6 oratori e del turno del mattino della scuola (la quale ha tre turni), con 1500 alunni. Un periodo d’intenso lavoro e di molte malattie. La mattina sveglia alle 530 e la sera a dormire alle 2300. Malaria e Tifo si presentano come costanti compagne di viaggio, è ancora così oggi dopo 4 anni. La favelas è difficile, io sono esigente: qui se sbagli la vita di qualcuno è perduta, non si può non esserlo. Non passa giorno nella favelas senza un assassinio, una violenza. Dormire udendo un arma da fuoco è normale. L’aiutare il prossimo in nome di Cristo qui significa offrirgli le possibilità di formarsi ed andare a vivere altrove. La Lixeira nasce dal nulla 20 anni fa. Il 95% sono persone fuggite dall’interno a causa della guerra, il 5 % erano i poveri di 20 anni fa. Sono venuti a vivere qui perché era vicino al mare (pesce) e alla discarica (materiali, cibo, vestiti).

 

Il mio essere esigente a volte mi pone di fronte a degli scontri, spesso creo esperienze nuove cercando di rispondere alle esigenze della favelas, il nuovo inquieta e spaventa sempre. I confratelli salesiani mi appoggiano al 100% e con loro, con il popolo, uniti contribuiamo a far crescere il sogno della Lixeira. Il Projecto riesce a tirare dalla strada molti giovani, inizia a farsi conoscere, la mia più gran gioia è vedere i nostri “atleti” non giocare più a piedi scalzi in mezzo ai rifiuti, stiamo costruendo dignità. Un giorno qualcuno mi dice: “All’inizio pensavo che fossi fuori di testa, ma ora vedendo mio figlio che va ad allenarsi, ben sistemato, come il figlio di un ricco… bè normale non sei, ma questa cosa è davvero bella!”

 

Arriva il giorno di lasciare la Lixeira, l’Angola, m’inviano in Kenia per gli studi teologici. Il saluto è struggente e doloroso. Avviene un mese prima della partenza. Devo professare i voti di povertà, castità e obbedienza per sempre. Questo avviene in una celebrazione Eucaristica.

La facciamo in uno dei luoghi a me più cari della favelas, la Mabubas. È uno dei centri dove avevamo più problemi con giovani drogati che invadevano l’area (non era chiusa), molti di loro sono cambiati grazie al Projecto. Alla Professione Perpetua partecipano più di 5000 persone, tutta la comunità della Lixeira fa sentire il suo affetto. È un momento di preghiera intenso, dove sento il Popolo al mio lato. C’è anche Don Gigi ed Antonella, un pezzo importante del mio passato nella gioia profonda del mio presente. Quel giorno saluto la Lixeira.

Kenia. Nairobi.

 

Si ricreano le condizioni di Roma, una comunità dedita allo studio con un apostolato il sabto e la domenica. Grazie a Dio m’inviano in un’altra favelas, tristemente conosciuta in questi giorni per i sanguinosi scontri in Kenia: Kibera. Il mio inglese è pessimo, e peggio ancora i ragazzi parlano in Swaiili e Luo… non capisco nulla. Poco alla volta m’inserisco, non è una casa salesiana dove vado, quindi il 90% di quello che so fare non posso farlo. Scopro altre dinamiche e cerco attraverso queste di inserirmi. La provvidenza mia iuta e nascono stupendi incontri che conservo nel cuore e che tanto mi preoccupano in questi giorni d’instabilità del paese. Dopo un anno non resisto più ai ritmi blandi dello studentato. Chiedo di lasciare questa comunità e di continuare a studiare lavorando. IN Kenia rifiutano, il mio superiore angolano invece accetta. Torno a casa!

 

Oggi sono a Luanda, non nella mia casa della Lixeira ma in quelle di São Paulo. Il quartiere è urbano e non è una favelas. Esistono povertà estreme e una vita quasi normale. Come chiamare normale la vita di chi vive in un palazzo di 7 piani senza ascensore, con l’immondizia nella strada (quello che accade a Napoli qui è normale) e senza acqua in casa? Un appartamento per 5 persone nel quale convivano almeno in 15?

In questa parrocchia abbiamo un centro giovanile stracolmo di ragazzi, divisi in 16 gruppi per giovani, 7 commissioni di servizio, gruppi per adulti. Un centro di salute, un centro professionale, due case famiglie per meninos de rua.

 

Il mio tempo è diviso fra lo studio in seminario al mattino, un momento di studio personale al pomeriggio e poi dalle 17h00 alle 21h00 sono con la mia gente. Dirigo il Projecto Desportivo Dom Bosco, oggi allargato ad altre comunità e che mi offre la possibilità di tornare velocemente nella mia casa della Lixeira. Sono responsabile di un centro di catechesi (abbiamo 8000 catecumeni divisi in diversi centri), mi occupo dei gruppi giovanili e do continuamente corsi: formazione umana, diritti umani, fede, e anche lavori artistici (qualcosina come ex fiorista la so ancora fare).

Mi ammalo spesso, Malaria e tifo mi vogliono bene, convivo con loro, le droghe non sono riuscite  a piegarmi, non lo faranno queste malattie.

 

Sono una persona felice, di dove sono, con chi sono. Soffro vedendo le umiliazioni alle quali sono costrette migliaia di persone. Umiliazioni figlie non solo di responsabilità locali, ma dovute moltissimo a responsabilità occidentali. Questo paese è ricchissimo di materie prime, sistematicamente incanalate verso altri paesi, anche l’Italia partecipa a questo purtroppo. Spero che questo articolo, mal scritto e poco pensato vi aprano una finestra sull’amore. Questa è una storia d’amore che riguarda l’uomo e la vita. Ho imparato ad amare e cerco di amare.

La mia famiglia che prima avevo e non sentivo, e che ora sento e non ho con me. L’uomo in generale, chiunque esso sia, l’altro a me stesso.

In nome di quest’amore, insegnatomi da Gesù sono qui, con la necessità di altre persone che collaborino con il loro amore, decidendo di fare qualcosa, perché vivere a Luanda è dura, vivere a Nairobi è dura, molto più che vivere in Italia. Qui la recessione è normale, l’inflazione è normale. Un appartamento fatiscente può costare 1500 dollari al mese, e ci sono persone che guadagnano 100 dollari al mese: conseguenza? Favelas.

 

La famiglia è destrutturata a causa della guerra; i giovani sono tantissimi e senza punti di riferimento, se non le telenovelas brasiliane, i ricchi occidentali e angolani, ciascuno con il suo fuoristrada ultimo grido e la sua bella villa protetta da filo spinato e guardie. Miseria e ricchezza vivono prossime, generando rabbia e tristezza nei cuori del popolo, sentimenti che possono essere pericolosi nel cuore di un giovane.

Ci aiutate a sognare un’Angola diversa?

Mama Muxima vi benedica, ciao e buona vita a tutti

Stefano Francesco Tollu sdb

 

 

 

January, 2008

Cunene

Vi allego alcune foto scattate nella provincia di Cunene, particolarmente della città di Ondjiva.

Vi ho passato una settimana per dare due corsi di catechesi ai catechisti di questa diocesi. Noi salesiani non abbiamo una missione in questa provincia, ma da tre anni rispondiamo alla necessità formativa di questo luogo offrendoci per dare questi corsi.

È stata un’esperienza per me molto significativa. Ho lasciato la caotica Luanda, dove il silenzio è un illustre sconosciuto per la calma di Ondjiva, la notte era possibile ascoltare i grilli cantare!

Il ritmo di vita è completamente diverso, calmo, accompagna ancora i ritmi dell’uomo.

Una grande sofferenza è stata quella di constatare che ancora oggi si muore di sete.

Ondjiva ha grandi difficoltà con l’acqua. La stagione delle piogge è in ritardo e nei villaggi gli anziani muoiono di sete. Altra categoria a rischio sono i bambini. Ogni giorno ho ascoltato storie raccapriccianti di vedove che vivono isolate e non hanno la forza di cercare l’acqua, al passaggio del missionario o della suora o del catechista, spesso la macabra scoperta della donna morta.

Molti bambini muoiono, a volte scompaiono, in questa ricerca di una pozza d’acqua. Il colera purtroppo sta facendo la sua parte. A volte si incontra una pozza con ancora acqua, ma putrida.

Non ho avuto la possibilità di vedere molte cose, sono partito purtroppo malato, con malaria e febbre tifoide (non fatemi la predica, tanto non serve) e quindi ho dovuto centellinarmi tra i due corsi che ho dato e il riposo.

Sono stato ospite di una congregazione religiosa di suore, in un loro internato. Mi hanno accudito e viziato per una settimana: ci voleva!!

È stato bello avere il tempo e la calma per parlare ed ascoltare, mi ha fatto bene.

Il giorno prima di partire ho avuto la possibilità di fare una veloce visita. La cosa che più mi ha colpito è stato l’atteggiamento di grande rispetto dei catechisti verso un soba (capo tribù) morto suicida nel 1917, dopo essere stato tradito da una parte dei suoi vendutosi ai colonialisti portoghesi: il Soba Mandumbe. La sua tomba è costruita a forma di una corona e il davanti è composto da una foglia verde divisa in due. Non ho potuto trascrivere il nome della pianta, perdonatemi. Questa pianta è regale: alla morte del Soba si lanciano le sue foglie sulla Tomba, per tal motivo è rappresentata nel tumulo (la trovate in due foto). I catechisti mi hanno raccontato la storia di questo eroe angolano, ribelle al colonialismo portoghese fino all’ultimo respiro. Prima di andar via tutti si sono uniti in un canto di commiato al loro soba. È stato molto suggestivo ed intenso, mi ha colpito questo amore per il leader tradito e venduto. Dopo la sua morte i portoghesi decapitarono il corpo, la sua testa sembra sia a Pretoria, nel canto si pregava per la restituzione della testa, di questa offesa alla dignità di quest’uomo.

Subito dopo, tornando a casa ho chiesto di poter visitare un Kimbo. Il Kimbo nel nord dell’Angola è un piccolo villaggio, o un quartiere. Nella Provincia di Cunene il Kimbo è il centro abitativo di una singola famiglia. Si possono  quindi incontrare diversi kimbos uno a poca distanza dall’altro.

Abbiamo visitato un kimbo di una vedova, quindi più povero rispetto agli altri e diminuito anche nel nome (perdono ho scordato il nome corretto, per non errare non lo scrivo) per l’assenza dell’uomo.

Del Kimbo potete vedere le foto.

Una delle capanne è la dispensa, un’altra è la cucina, un’altra è per dormire, un’altra è per parlare e ricevere visite. Vi è anche un “granaio”. La foto con un semi rettangolo in terra costituito da dei tronchi è il luogo dove il visitante attende il permesso di poter incontrare la famiglia. La notte, nella parte destra del rettangolo, siede il capofamiglia aspettando il cibo. Può essere anche il luogo della preghiera.

Ci ha accolto la vedova, forse centenaria, sorridendo mi ha risposto che non ricordava quando è nata. Suo marito è morto lo scorso anno, ultracentenario. Lei viveva sola, ora suo figlio è andato a vivere nel suo Kimbo con la sua famiglia. La sua prima nuora abbandonò i due figli e il marito lo scorso anno in cerca di “fortuna”. Il confine con la Namibia è a pochi km, lì le case di prostituzione sono diffuse, come l’AIDS.

La nonna parla la lingua locale, di cui io non capisco una sillaba, una catechista faceva da interprete.

È stato per me uno dei momenti più significativi di questa esperienza, sin dal saluto nel quale la nonna mi chiedeva come stava la mia famiglia, i miei genitori, i miei fratelli. Se la loro e la mia salute era buona. Quando ho chiesto il permesso di poter scattare le poche foto che vedete lei ha riso: “vuole mostrare le nostre capanne di legno e paglia ai cittadini di Luanda e ai bianchi?”.

No nonna, voglio raccontare che sono stato accolto con bontà e che la tua casa è organizzata meglio di molti appartamenti europei!

Al momento di salire in macchina ci sono stati delle altre grida, non capivo.

Una signora che non conoscevo si avvicina con un recipiente di terracotta, è la vicina. La nonna è povera non ha nulla da poter offrire al visitante. La vicina si fa carico di questo gesto e in vece della nonna mi offre una panela de barro, una padella in terracotta dove cucinano il cibo, sul carbone.

Le grida erano di festa e di saluto all’ospite gradito che lasciava la casa.

Vi lascio con queste grida, di festa e accoglienza. Queste parole hanno ancora un profondo significato in Angola, può essere un bene ricordarle ancora oggi nella nostra bella Europa.

Ciao e buona vita

January, 2008

MJS Angola, movimento giovanile salesiano

Salve, velocemente vi scrivo due parole che spero di poter aumentare dal mio ritorno dalla regione di Cunene.
Ho passato una settimana nella cittadina di Dondo con circa 200 giovani delle diverse missioni salesiane qui in Angola.
Ci siamo fermati a riflettere su alcune tematiche: FAMIGLIA, DIRITTI UMANI, EDUCAZIONE ALLA VITA, POVERTA', CITTADINANZA.
Su questi temi abbiamo riflettuto, pregato e per ognuno scelto un obbiettivo ed una linea d'azione da realizzare nelle nostre missioni, nel biennio 2008-2010.
Alcuni esempi:
  • occupazione del tempo libero dei giovani attraverso il Progetto Sportivo Dom Bosco e le sue attività formative (Educazione alla vita)
  • educazione al lavoro: verificare quanti giovani sono senza lavoro nella nostra parrocchia; convocarli e con l'aiuto di cristiani della nostra parrocchia, proprietari di imprese o di luoghi dove poter far vivere esperienze lavorative, offrirle ai ragazzi con il livello di apprendista, creando anche un ufficio di preparazione al lavoro.
  • promuovere attraverso laboratori ed incontri, i giovani, formandoli sui prorpi diritti e dove e come farli valere.
  • un ufficio dove poter denunciare ed essere ascoltati sulle violenze domestiche ed infantili, con una creazione di un programma radio, volantini, teatro,  che trattino del tema.

Sono stati giorni intensi, con ritmi duri (sveglia alle 05.30 e a letto alle 23.00), ma crediamo che ne raccoglieremo i frutti.
La decisione comune è intendificare la formazione, fare pressione sulle istituzioni quando queste fanno orecchie da mercanti e coinvolgere i cristiani su queste problematiche: informare per agire potrebbe essere lo slogan.
Le foto sono di questa nostra attività che spero di potervi raccontare con più calma. Mi preparo per partire per la regione di Cunene, nel sud dell'Angola, tornerò il 20 di gennaio.
Ciao e buona vita a tutti voi.




December, 2007

speriamo in un 2008 migliore

Palanca 26 12 2007

 

Salve cari amici, mi trovo a Palanca, un appendice di Luanda. Sto vivendo il secondo giorno d’Esercizi Spirituali, una benvenuta pausa nella mia vita. È uno spazio importante dove fermarsi a riflettere nel silenzio, un silenzio pacifico, dove incontrare Dio, quel Dio che continuamente cerco.

Mi trovo a riflettere. Oggi è il mio onomastico. Nella mia famiglia c’è una tradizione: il 26 a casa degli zii Giancarlo e Valeria, tutta la famiglia si riunisce. Prima dell’Angola, da qualunque parte d’Italia, era questo il giorno della riunione. Mi è capitato di non essere con i miei a Natale, ma il 26 si era sempre insieme. Da 4 anni sono con loro spiritualmente, non posso esserci fisicamente, ma vi assicuro che li sento tutti presenti.

La vita d’altronde ci chiede questo, di accettare con serenità anche i sacrifici, come questo, l’essere lontano da alcune delle persone più importanti della mia vita.

Il giorno del mio onomastico mi fa anche riflettere sul martirio, Santo Stefano, l’innocente assassinato a pietrate, quanti Stefano ci sono ancora oggi, qui a Luanda molti, forse troppi.

Mi tornano in mente due ragazzi della Lixeira, in particolare uno, Danì, l’altro si chiamava Francisco.

Erano due catechisti, animatori della mia vecchia parrocchia della Lixeira. Erano perché ora non sono più con noi. Sono stati assassinati da pochi giorni. Erano in strada, stavano filmando un cortometraggio su una vecchia telecamera. Volevano preparare una “palestra”, una conferenza sulla violenza nella città di Luanda, in particolare nel nostro bairro dello Sambizanga. Avevano chiesto anche il permesso alla vicina stazione della polizia, beneplacito accordato. Fingono una rapina. Improvvisamente arriva una squadra speciale della polizia, in borghese. Non appartengono alla stazione del quartiere. Arrivano, non domandano, non si accertano. Sparano.

Muoiono perché desiderano insegnare ai coetanei, agli altri giovani angolani che il denaro veloce non è la via per far crescere il paese…

6 persone cadono, Danì e Francisco muoiono, altri 4 rimangono feriti. La squadra speciale va via. Una settimana prima una zungeira (una donna che fa la venditrice ambulante) è avvicinata da un poliziotto. Le zungeiras sono illegali, ma sono migliaia. Luanda vive di commercio informale. Non hanno luoghi dove vendere e vendono ovunque passi gente che compra. Vendono biscotti, frutta, olio, qualsiasi cosa. Il poliziotto le toglie la mercanzia, il denaro. Lei protesta. Riceve un proiettile nella testa. Ho visto altre volte alcuni di questi uomini in divisa far rispettare la legge alle zungeiras. Quando arriva la polizia loro fuggono, a volte la polizia è veloce e sono costrette a lasciare la mercanzia sul terreno. Una di queste volte il poliziotto prende tutto, lo carica sulla camionetta. Nel tutto c’è una piccola borsa con pannolini, biberon… la donna rincorre la camionetta, rivuole le cose per il figlio… piccolo neonato che segue la mamma, alla ricerca di denaro per sopravvivere, assicurato con un panno sulle sue spalle. Il poliziotto ride con disprezzo e la camionetta si allontana sempre più velocemente, inseguita senza speranza dalle sempre più strazianti grida della donna, che ha perso il sostentamento di un giorno, la sua mercanzia, e il cibo per il suo futuro, il suo bambino.

I martiri di Luanda sono tanti, a volte perseguiti per coloro che sono i “giusti”, alcuni poliziotti corrotti, vergogna della loro divisa, dell’Angola, dell’uomo. Sono tutti così? No. Ma sono troppi quelli che sono così.

Come Stefano ieri, molti muoiono martiti oggi, sacrificati sull’altare dell’egoismo umano, incapace di vedere l’altro come il fratello. È difficile non pensare questo. Nella mia meditazione mi domando come io posso essere Stefano, martire per amore. Non desidero morire tranquilli, ma desidero morire a me stesso per dedicarmi completamente a questi fratelli, disprezzati, umiliati, derubati dal fratello più forte, il quale oggi è il poliziotto corrotto in strada, domani è il politico disonesto alla ricerca di facili guadagni che vende il suo popolo al cinese o al bianco capitalista di passaggio. Dopodomani è l’Italia che non si cura di ricevere petrolio dall’Angola e che qui in Angola fa davvero poco per questo popolo, come per esempio organizzare una mostra sulle navi italiane! Ma cosa glie ne frega a una zungeira delle navi italiane? Non possiamo far conoscere l’Italia magari investendo quel denaro in un microcredito per le zungerias, o facendo una pressione sui diritti umani non rispettati?

Se entro in questi pensieri aumento solo la mia rabbia, non mi fa bene. Preferisco tornare sul perché sono qui ora, su cosa mi ha spinto a perdere tutti i futuri 26 dicembre della mia vita festeggiati dalla mia famiglia: l’amore per Cristo che ritrovo in ogni uomo, specialmente qui, dove il povero Cristo ha il nome di Danì, innocente assassinato, delle zungeiras, coraggiose mamma in cerca di sopravvivenza, di un catechista che non si cura di donare se stesso annunciando il Salvatore, dei nostri meninos de rua, sempre di più e sempre più soli.

 

“Tendi l' orecchio, Signore, e rispondimi, poiché sono povero e misero.

 Custodisci l' anima mia, poiché sono un tuo fedele; salva il tuo servo che spera in te, tu che sei il mio Dio.  Abbi pietà di me, o Signore, mentre a te grido tutto il giorno.  Fa' lieta l' anima del tuo servo, mentre a te elevo, o Signore, l' anima mia.

 

Sì, o Signore, tu sei buono e concedi il tuo perdono, sei ricco di misericordia con quanti t' invocano.  Tendi l' orecchio, Signore, alla mia preghiera, presta attenzione alla voce della mia supplica.  Quando l' angoscia mi stringe, io sempre t' invoco, poiché tu mi rispondi.

 

Nessuno c' è fra gli dèi, o Signore, che sia simile a te; non ci sono opere che siano uguali alle tue.  Tutte le genti, quante ne hai create, verranno, o Signore, e si prostreranno davanti a te e renderanno omaggio al tuo nome:  «Tu sei grande, tu operi prodigi; tu solo sei Dio».

 Insegnami la tua via, o Signore: camminerò nella tua fedeltà. Fa' che il mio cuore tema solo il tuo nome.  Ti renderò grazie con tutto il mio cuore, Signore mio Dio, e darò gloria per sempre al tuo nome;  poiché grande è la tua misericordia con me: hai strappato la mia anima dal profondo degli inferi.

 

Arroganti sono insorti contro di me, o Dio, una schiera di violenti hanno attentato alla mia vita; non hanno posto te davanti ai loro occhi.  Ma tu sei, o Signore, un Dio pietoso e pronto alla compassione, lento all' ira e ricco in misericordia e fedeltà.  Vieni a me incontro con la tua compassione; concedi al tuo servo la tua forza, salva il figlio della tua ancella.

 Opera per me un segno di benevolenza, affinché quelli che mi odiano rimangano confusi, vedendo che mi hai soccorso e mi hai consolato.”

 

La vita a volte è davvero troppo breve, la morte viene senza bussare e come essa si presenti rimane un doloroso mistero. Continuo però a sperare in Dio, so che Lui mi ascolta, sente il grido dei suoi figli, quando questo è di gioia e quando è di dolore.

Egli ha strappato la mia anima dagli inferi, strapperà anche male dal mondo, affinché tanti Danì possano continuare non solo a vivere, ma a sperare di poter migliorare il Mondo.

 

 

 

 

 

  

December, 2007

Buon Natale

Buon Natale!

Questo augurio da quanto tempo riecheggia nelle nostre menti, risuona nelle pubblicità. Tra pochi giorni lo augureremo molte volte.

Augurare è espressione del desiderio o della speranza che ad altri accada qualcosa di positivo. Qual è il positivo che deve accadere nel Natale? Cosa stiamo augurando? Per antonomasia ci stiamo riferendo alla festa del 25 dicembre, la data scelta per celebrare la nascita di Gesù. Non abbiamo ancora una risposta alla nostra domanda, cosa stiamo augurando? Di ricordare la nascita di Gesù?

Vediamo quindi che immediatamente sorge una riflessione: il Natale è cristiano, ha una referenza diretta a Gesù. Questo augurio fa però parte oggi, dell’”affettivo” legato alla festività natalizia intesa come riunione della famiglia prima, e come momento di festa ( purtroppo spesso business) odierno. In ogni caso cosa noi auguriamo, almeno noi cristiani?

Provo a dirvi cosa io sento ed esprimo, quando auguro buon Natale.

Il mio Buon Natale è intimamente legato alla nascita di Gesù come avvenimento centrale, ma con tutto ciò che il periodo d’Avvento esprime: sta venendo il Signore in mezzo a noi, convertiamoci, vigiliamo, accogliamolo, ospitando gli altri, vigilando sulla giustizia e sulla Pace. Prepariamoci ad accoglierlo disponendo noi stessi e non solo, prepariamo oggi e qui il suo Regno, fatto d’amore, di lotta all’iniquità, all’ingiustizia, d’opportunità per tutti, d’inclusione e non d’esclusione.

Le dimensioni di quest’augurio si ampliano e obbligano ad altre riflessioni, le quali sono aiutate dalle letture del periodo d’Avvento ed esplodono nel grido di gioia della notte di Natale. In quell’esplosione d’allegria bacio non il piedino di gesso del bambino nella mangiatoia, ma tento di abbracciare con affetto vero e profondo Gesù che incontro nel fratello, chiunque esso sia.

Mi ritrovo quindi a dover superare i dubbi di Zaccaria, incapace di credere davvero anche dinanzi all’Angelo. Io come lui ho difficoltà a credere: sento davvero nel mio cuore che sono chiamato ad accogliere i doni di Dio? Leggendo qualche notizia dall’Italia vedo che non è una difficoltà solo mia: muri che crescono per ghettizzare il diverso; sindaci che invitano ad emigrare gli italiani (provocazione) per lasciare spazio agli altri, trattati meglio di noi. Quante volte questi sentimenti esplodono in noi? Incapace di conoscere davvero il mio fratello, non vedo in lui un dono di Dio da accogliere ma un pericolo, e non credo neanche agli annunci che Dio mi manda attraverso le sue mediazioni. Ecco, sentendomi Zaccaria non posso che far altro che cercare Maria e chiedergli di aiutarmi ad oltrepassare questo peccato d’esclusione del fratello, così come lei ha fatto: un si senza limiti, senza chiedere prove che era giusto dire si, un’adesione totale che confida non nelle proprie forze o nei giudizi dei propri simili, ma che si fonda solo ed esclusivamente sulla certezza che Dio essendo amore crea e dona solo amore. I fratelli ancora sconosciuti sono i suoi figli, come me, mi fido basandomi sulla fiducia in Dio, apro il cuore prima di aprire la porta. Il mio augurio mi impone quindi di essere vigilante in questa attesa dell’allegria, ma non aspettando una statuina nel presepe. Sono vigilante su me stesso, sul peccato di egoismo e superbia che facilmente entra nella mia vita. Sono vigilante nel cercare nell’altro il viso di Gesù che viene, anche quando è nero, o albanese, o carsolano, o maleodorante, o fuori moda. Si, sarò vigilante nell’approssimarmi all’altro. Mi rendo conto che questo è difficile, implica una radicale conversione, del mio cuore, della mia mente, del mio quotidiano. Io desidero, come grida Isaia, accogliere e condividere il “Dio della Giustizia e della Sapienza che viene in mezzo a noi”. Comprendo allora che la presenza di gesù nella mia vita, comporta la presenza viva della Giustizia e della Sapienza, condizioni indispensabili per l’avvento della Pace, ma per tutti. Mi domando allora cosa posso fare, come posso rimuovere le pietre che ostacolano questa camminata spirituale che deve necessariamente arrivare a scelte concrete nel mio quotidiano? Non mi ripiego su me stesso, non mi chiudo. Seguo l’esempio di Giovanni e cerco d’essere essenziale, cerco il deserto inteso non come arida tristezza, ma silenzio meditativo. Mi esamino e cerco le mie “pietre d’inciampo”, le riconosco e dopo, ancora come il Battista, cerco la purificazione, condizione indispensabile per correre spedito nel mio cammino, per andare più leggero verso l’Amore di Dio. La confessione oggi vista come debolezza mi è d’aiuto. Sento di avere il coraggio di mettermi a nudo, di andare oltre le mie paure e le mie vergogne. Come Maria dico si e mi metto in gioco, ma partendo da me stesso, non da romantiche teorie e storie. Il mondo materialista d’oggi vuole condurmi su altre strade, a Luanda come a Roma o Torino. Comprare, consumare, “sentire” con i 5 sensi tutto e se posso contemporaneamente. Non voglio e non posso. Desidero che accada qualcosa di positivo, qualcosa di unico, di immenso. Se lo auguro ad altri io stesso lo devo vivere, così che questa conoscenza possa essere trasmessa nel mio augurio e sia percepita come tale e non come un formale slogan da elargire con sorrisi o con freddezza a seconda delle occasioni. Sarò essenziale, non per moda ma per essere vicino al buono. Sarò essenziale per avere più, un più da donare al Cristo che cerco e voglio riconoscere nel fratello che mi passa accanto, o scorre velocemente al mio lato, nell’indifferenza della noia, o della paura, o della routine. Sarò essenziale per apprendere a riconoscere dove sono chiamato ad essere uomo che cambia le spade in aratri, affinché non sia un consumatore della fede, ma un uomo capace di osare per fede. Giuseppe e Maria osarono per fede, io sarò capace di osare? Di andare oltre il buon senso? Sarò capace di andare, donna incinta di nove mesi, in viaggio? Sarò capace io Giuseppe di accettare l’aiuto degli ultimi, di coloro che nulla hanno da darmi, come i pastori? Già, proprio loro. Ma non le simpatiche statuine del presepe, ma coloro che 2000 anni fa vivevano fuori dalla città non solo per fare la guardia alle pecore, ma perché erano emarginati e disprezzati. Domandatevi cosa sarà accaduto ai simpatici pastorelli, annunciatori e proclamatori del Gloria dopo la strage dei bambini perpetrata da Erode, coloro che avevano ricevuto il festoso annuncio dei pastori, come li avranno trattati dopo la strage? Eccomi allora a scegliere di essere essenziale per osare di amare, eccomi costruttore di pace e giustizia per questo amore osato e non per calcolati pensieri, dosati ed equilibrati che mi condurranno alla notte di Natale pieno di romantica gioia, aspettando la fine della messa per poi andare a casa con amici e familiari ed aprire il tavolo del gioco, che sia tombola o poker tanto fa.

Ecco quindi che il messaggio d’accoglienza che il Natale m’invia, l’accoglienza di Dio in mezzo a noi, si spoglia di romanticismo e mi dice d’essere persona attenta, vigilante su me stesso, per migliorarmi, crescere come uomo, seguendo l’esempio del Divino fattosi uomo. Gesù non si è incarnato per essere un riccioluto bebé in una romantica mangiatoia. Si è incarnato per mostrarci la strada. Mi converto per non essere ripiegato su me stesso o sul buon senso comune, ma per accogliere con amore e fede il fratello che Dio mi dona. La pace è frutto dell’amore non della paura. Il mio Buon Natale allora chiede di essere coraggiosi, profetici, prima con noi stessi e dopo, concretamente attraverso scelte prive di buon senso, ma piene d’amore, con gli altri. Questo Gesù che nasce, nasce ovunque: nella roulotte rom e nella favelas della Lixeira, a Tor Bella Monaca e nelle Gescal di Torino. A Carsoli e ad Ortona, a Torino e a Pinerolo, a Napoli nei Quartieri Spagnoli e nel confortevole Vomero.

Il mio Buon Natale è quindi un andiamo fratello, cerchiamo insieme Gesù, collaborando al suo regno di Giustizia, Sapienza, preparando la pace per tutti, eliminando l’esclusione sociale, e profetizzando l’inclusione sociale, perché in Gesù Figlio di Dio tutti possiamo sentirci e sperimentare l’allegria dell’essere Figli dello stesso Padre.

Vi auguro un vigilante Natale, vissuto nella meditata e profonda conversione capace di essere uomini/donne profetici, capaci di osare nell’accogliere, per poi fraternamente vivere con allegria il grido del Gloria.

Buon Natale da Luanda.

Stefano Francesco Tollu sdb Boca aberta

 

 

 

 

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Non offendetevi se ogni tanto faccio "pulizia" e riporto la pagina allo stato "originale"... è che si era allungato un casino :)
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Aug. 15