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novembre 2009

Angolani espulsi dai due Congo

Italiano prima parte, traduzione in portoghese la seconda parte.

 I Governi della Repubblica Democratica del Congo e della Repubblica del Congo stanno espellendo tutti gli angolani residenti sul loro territorio, a quanto si dice con grande brutalità.

Gli angolani espulsi vivono “una sofferenza indicibile” e devono sopportare “condizioni raccapriccianti”, hanno ricordato all'associazione caritativa cattolica Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) padre Andrzej Halemba e Ulrich Kny, due collaboratori di ACS che nelle ultime due settimane hanno viaggiato per l'Angola.

Padre Halemba e Kny hanno descritto con queste parole forti la situazione dei campi di rifugiati della città di Damba, nel nord dell'Angola.

I poliziotti congolesi, in uniforme o in abiti civili, “si presentano senza avviso e chiedono agli angolani di abbandonare immediatamente il Paese”, spiega l'associazione. Migliaia di persone si vedono dunque costrette a tornare in Angola senza neanche la possibilità di portare con sé i propri già scarsi averi.

Questa situazione, denuncia ACS, provoca lo smembramento di molte famiglie: ci sono bambini rimasti soli perché non sono riusciti a ritrovare i propri genitori che erano stati espulsi, così come gli angolani sposati con cittadini congolesi devono abbandonare il coniuge.

I collaboratori di ACS hanno parlato di persone costrette a percorrere fino a 900 chilometri a piedi e di donne che partoriscono per strada. Molti anziani, donne e bambini arrivano ai campi di rifugiati senza aver mangiato da giorni.

Di fronte a questa tragica emergenza, le Diocesi congolesi di Uíje e Mbanza Congo si sono mobilitate per assistere migliaia di rifugiati affamati, stremati e non di rado gravemente malati.

A Damba sono stati allestiti cinque campi di accoglienza, ma le forti piogge hanno impregnato il terreno occupato dalle tende fornite dalla città, provocando una situazione catastrofica.

“Alcuni rifugiati decidono di proseguire subito il cammino verso altri villaggi dove si trovano dei loro familiari – ha riferito Ulrich Kny –. Altri non sanno dove andare: i loro paesi sono stati totalmente distrutti durante la guerra civile e i loro parenti sono fuggiti. C'è anche chi non viene accolto dai propri familiari e che, con un dolore ancor maggiore, torna a uno dei campi di accoglienza”.

A Damba, quattro cappuccini e quattro suore della Misericordia assistono la marea incessante di rifugiati offrendo assistenza spirituale, ospitando nel convento, distribuendo cibo, stoviglie, medicinali e vestiti e incaricandosi della vaccinazione contro il tetano, la poliomielite e altre malattie.

Le suore assistono ogni giorno centinaia di persone, contando sul sostegno di numerosi volontari della parrocchia, ma i rifugiati aumentano continuamente ed è molto difficile far fronte a tutte le loro necessità.

Nelle ultime settimane, si stima che siano stati espulsi circa 40.000 angolani. “Tutto sembre indicare che si tratti di una rappresaglia per l'espulsione dall'Angola di immigrati clandestini provenienti dai Paesi congolesi, iniziata due anni fa”, commenta ACS.

I rappresentanti dell'associazione, tuttavia, hanno sottolineato che le espulsioni degli angolani non riguardano solo gli immigrati illegali, ma anche quelli che risiedono regolarmente in una delle due Repubbliche congolesi, come rifugiati della guerra civile o per qualsiasi altro motivo.


Os angolanos expulsos vivem “um sofrimento indizível” e devem suportar “condições horripilantes”, segundo explicaram à associação Ajuda à Igreja que Sofre o padre Andrzej Halemba e Ulrich Kny, dois colaboradores de AIS que viajaram a Angola nas duas últimas semanas.

Padre Halemba e Kny descreveram com estas palavras a situação dos campos de refugiados na cidade de Damba, no norte de Angola.

Os policiais congoleses, em uniforme ou não, “apresentam-se sem aviso e pedem aos angolanos que abandonem imediatamente o país”, explica a associação. Milhares de pessoas se veem assim obrigadas a voltar a Angola sem sequer a possibilidade de levar consigo seus já escassos pertences.

Esta situação, denuncia AIS, provoca o desmembramento de muitas famílias: há crianças que ficam sozinhas porque não conseguem encontrar seus pais, que foram expulsos, assim como pessoas angolanas casadas com congoleses que devem abandonar o cônjuge.

Os colaboradores de AIS falam de pessoas obrigadas a percorrer até 900 km a pé e de mulheres que entram em trabalho de parto durante o caminho. Muitos anciãos, mulheres e crianças chegam aos campos de refugiados sem terem comido durante dias.

Frente a esta trágica urgência, as dioceses congolesas de Uíje e Mbanza Congo se mobilizaram para auxiliar milhares de refugiados famintos, ao limite de suas forças e com frequência gravemente enfermos.

Em Damba, foram preparados cinco campos de acolhida, mas as fortes chuvas impregnaram o terreno ocupado pelas tendas, provocando uma situação catastrófica.

“Alguns refugiados decidem prosseguir no caminho para outras aldeias onde vivem seus familiares –refere Ulrich Kny. Outros não sabem aonde ir: seus povoados foram totalmente destruídos durante a guerra civil e seus parentes fugiram. Há também os que não são acolhidos por seus próprios familiares e que, com uma dor ainda maior, voltam para algum dos campos de acolhida”.

Em Damba, quatro capuchinhos e quatro irmãs da Misericórdia auxiliam na tarefa incessante de refugiados, oferecendo assistência espiritual, hospedando no convento, distribuindo alimentos, vestes, remédios e encarregando-se da vacinação contra tétano, poliomielite e outras enfermidades.

As monjas assistem cada dia centenas de pessoas, contando com a ajuda de numerosos voluntários da paróquia, mas os refugiados aumenta continuamente e é muito difícil fazer frente a todas as suas necessidades.

Nas últimas semanas, estima-se que foram expulsos cerca de 40 mil angolanos. “Tudo parece indicar que se trata de uma represália pela expulsão de Angola de imigrantes clandestinos procedentes dos países congoleses, iniciada há dois anos”, comenta AIS.

Os representantes da associação, contudo, sublinham que as expulsões dos angolanos não afetam apenas os imigrantes ilegais, mas também aqueles que residem regularmente em uma das duas Repúblicas congolesas, como refugiados da guerra civil ou por qualquer outro motivo.





novembre 2009

STORIA: Tratta degli schiavi: mea culpa africano

da un articolo di Daniele Zappalà, Avvenire.it

Il mea culpa è senza precedenti in Africa. «Non possiamo continuare ad accusare gli uomini bianchi allorquando gli africani, in particolare i capi tradizionali, non sono irreprensibili», recita l’appello proveniente dalla Nigeria, autentico gigante demografico del continente.

Aggirando gli scogli tanto del revisionismo quanto della vendetta identitaria contro un Occidente visto come malvagio burattinaio planetario, un collettivo di associazioni nigeriane per i diritti umani è appena uscito allo scoperto cercando d’imporre invece un punto di vista originale sul più vecchio ed aspro dibattito della storia africana. Quello sulla Tratta negriera, al singolare. O sulle «Tratte», come vuole invece un ramo della storiografia più recente particolarmente attento alle diverse direttrici geografiche (europea, ma anche araba ed inter-africana) e ai volti locali differenziati che ebbe quanto nel suo insieme resta innegabilmente uno dei più atroci crimini di sempre contro l’umanità.

Il cuore dell’appello lanciato dal Congresso dei diritti civici (Crc), piattaforma associativa forte di diverse decine di Ong nigeriane, riguarda proprio i concorsi di responsabilità radicati in Africa nei secoli della spaventosa riduzione di milioni di africani a semplice «merce» di scambio. Le associazioni hanno chiesto in particolare ai «capi tradizionali africani di scusarsi per il ruolo che i loro avi hanno giocato nella tratta degli schiavi».

A livello occidentale, la lista delle scuse è ormai lunga. Lo scorso giugno, ad esempio, il Senato americano ha anch’esso espresso solennemente la propria afflizione per «l’inumanità, la crudeltà, l’ingiustizia fondamentale della schiavitù». E la ferma volontà di un trionfo della verità aveva già destato memorabili «abbracci» simbolici fra l’Africa e i Paesi occidentali protagonisti di un passato tanto ignominioso. Restano in particolare incise nelle coscienze le frasi impiegate nel 1992 da Giovanni Paolo II durante la visita al memoriale nell’isola senegalese di Gorée: «Da questo santuario africano testimone del dolore nero, impetriamo perdono al cielo», disse Papa Wojtyla, riferendosi «all’orribile aberrazione di coloro che riducevano in condizioni di schiavitù i fratelli e le sorelle che il Vangelo ha chiamato a libertà».

Ma sul fronte africano, il riconoscimento dell’esistenza di responsabilità locali ha sempre tardato ad emergere. Anche perché molte pagine della storia secolare degli eccidi negrieri, trasmesse perlopiù oralmente, restano ancor oggi al centro di controversie fra gli storici.

Molte zone d’ombra residue sono spiegate in Africa anche dal peso memoriale insopportabile suscitato da ogni ricostruzione. Ma al contempo, questa relativa foschia ha talora lasciato il campo libero ad interpretazioni aberranti e talora di stampo estremista. Certe associazioni «nere», soprattutto negli ultimi anni, hanno cavalcato la complessa memoria negriera per alimentare un clima di tensione nei confronti dell’Occidente. Talora, con pericolose scorciatoie interpretative: ad esempio, intrecciando abusivamente le presunte colpe «assolute» dei negrieri di ieri giunti dall’Europa con le colpe anch’esse «assolute» dei presunti potentati dello «sfruttamento post-coloniale».

I rischi di un revanscismo memoriale sempre più estremo e fanatico sono divenuti evidenti in particolare in Francia e Gran Bretagna, con la pubblicazione di violenti pamphlet che hanno in taluni casi assimilato le decisioni degli ex leader politici europei dell’epoca coloniale con i crimini del nazismo hitleriano. Negli stessi pamphlet, gli storici delle «tratte», a cominciare dal francese Olivier Pétré-Grenouilleau, sono stati assimilati ai revisionisti della Shoah.

Anche per questo, l’appello del Crc è apparso fin da subito come un segnale estremamente salutare, nonostante esso s’iscriva probabilmente anche nello sfondo dei contenziosi in corso in Nigeria sul riconoscimento costituzionale dei leader tribali. Nell’appello, si ricorda che i capi tribali giocarono un ruolo importante «aiutando sistematicamente a condurre dei raid e dei ratti presso comunità senza difesa», prima ancora dunque della consegna dei prigionieri (talora già schiavi nei rispettivi villaggi) ai battelli negrieri in rotta nell’Atlantico.

La costa nigeriana, e in particolare la città di Badagri, furono a più riprese il teatro di questi concorsi di responsabilità, così come tante altre regioni africane, dal Senegal fino all’Angola. E certe figure come quella del «re traditore Guezo», nel Benin ottocentesco, resteranno per sempre negli annali per il ruolo particolarmente attivo nelle deportazioni.

novembre 2009

Ubuntu in Angola :)

Approfitto dell'ultimo giorno di convalescenza per condividere com voi un'idea che sta dando frutti. Circa 3/4 anni fa, un caro amico, Paolo Sassaroli, mi parla per la prima volta di UBUNTU.

Il nome mi incuriosisce, ha una certa assonanza con Umbundu,una etnia angolana. Risultato: non c'entra nulla, qui si parla di un sistema operativo! Lo guardo male: “Sto tanto bene con il mio windows ed i miei software crakkati, mó questo che vuole?” Paolo, pieno di entusiasmo mi spiega e dopo poco tempo mi convince a cambiare, Hoary Hedgehog (Riccio Canuto) Ubuntu 5.04 dove il 5 sta per la versione e il 04 per il mese in cui tale versione é rilasciata, appunto Aprile. Fu una magnifica delusione! Passano due mesi e torno da Paolo; si torna a windows, troppo complicato! In effetti il passaggio non era indolore, molto più semplice oggi.

Il seme iniziò a mettere radici, e c'era un'acqua speciale a sostenerlo: l'idea Ubuntu é davvero meravigliosa e secondo me profondamente cristiana! Condividere ciò che hai, non prendere ciò che non è tuo: i programmi pirata sono dei furti, mettiamola come vi pare, la sostanza non cambia (confesso che in questo sono ancora peccatore, non per i programmi ma per i film in italiano...) Spiegare cosa è UBUNTU in una forma sintetica mi sembra dovuto, lo faccio attraverso il wiki di Ubuntu.

Ubuntu è un sistema operativo open source basato sul kernel Linux. La comunità di Ubuntu è fondata sull'idea insita nella filosofia di Ubuntu: il software deve essere disponibile gratuitamente, gli strumenti del software devono essere disponibili agli utenti nella loro lingua madre a prescindere dalle loro abilità e gli utenti devono avere la libertà di personalizzare e modificare il software in qualunque modo lo desiderino. Per queste ragioni: Ubuntu non sarà mai a pagamento e non è prevista alcuna quota aggiuntiva per l'edizione "enterprise"; il meglio del nostro lavoro sarà sempre disponibile a tutti, gratuitamente.

Ubuntu comprende il meglio che la comunità del software libero offre in termini di traduzioni e infrastrutture per l'accesso universale, così da rendere Ubuntu utilizzabile dal maggior numero di utenti possibile. Ubuntu è rilasciato regolarmente a scadenze previste; ogni 6 mesi si rilascia una nuova versione ed è possibile scegliere di usare la versione stabile o di sviluppo. Ogni edizione è supportata per almeno 18 mesi. Ubuntu è votato completamente ai principi del software libero e open source; gli utenti sono incoraggiati all'uso, al miglioramento e alla diffusione del software libero e open source.

Insomma, una rivoluzione culturale, sociale e economica.

Il nome, che come vi dicevo mi incuriosì in un primo momento: Ubuntu è un'ideologia morale del Sud Africa focalizzata sulla lealtà e sulle relazioni delle persone: la parola deriva dagli idiomi Zulu e Xhosa.

Ubuntu è sentita come un concetto costitutivo della cultura tradizionale Africana, è considerata come il principio fondante della nuova repubblica del Sud Africa ed è collegata all'idea di un Rinascimento Africano. Una traduzione approssimata del principio di Ubuntu è «umanità attraverso gli altri». Un'altra potrebbe essere: «fede in un legame universale di partecipazione che lega tutta l'umanità».  

"Una persona con ubuntu è aperta e disponibile agli altri, non si sente minacciata dal fatto che gli altri siano capaci e anche migliori perché possiede una certezza che deriva dal sapere di appartenere a un gruppo più grande e che è diminuito quando gli altri sono umiliati o sminuiti, quando gli altri sono torturati oppure oppressi."     --Arcivescovo Desmond Tutu

Come piattaforma basata su Linux, il sistema operativo Ubuntu migra lo spirito di Ubuntu nel mondo del software. Ok, il seme ha dato frutto. Sono ormai fuori da Windows e non ne sento assolutamente la mancanza, tutt'altro direi: non ho più problemi di virus e antivirus visto che non entrano né in Linux Ubuntu né in Mac OS i due sistemi che uso nel mio notebook. I programmi che uso sono perfettamente compatibili con i programmi che tutti usano: vi sto scrivendo con writer di OpenOffice e non con WORD di OFFICE. Ho a disposizione molti più programmi (tutti gratuiti) in Ubuntu e di assoluta professionalità. Ho pensato in seguito che tale idea non solo fosse buona ma dovesse essere condivisa con la mia gente. Abbiamo quindi inaugurato da pochi mesi una sala informatica nella nostra parrocchia che è totalmente linux ubuntu ed insegna come fare il passaggio dal famigerato :) (permettetemelo) WINDOWS a LINUX UBUNTU.
Un successo!

Abbiamo tre istruttori (formati da me, e molto meglio da un ingegnere brasiliano volontario esperto in open source e linux). Loro danno ciascuno un corso in tre diverse fasce orarie: 09h00- 10h00; 16h00-17h00; 19h30-20h30. Dopo tre corsi abbiamo sempre il tutto esaurito di alunni, e non solo una grande curiosità. Io credo che molti di loro avranno le mie difficoltà iniziali, ma sono sicuro che molti altri avranno anche i miei benefici attuali.

Stiamo ora preparando un corso per insegnare ad usare la suite Google (Google docs, translate, books etc.) a disposizione nel WEB, altro strumento utile ed importante per degli studenti, che come i nostri, hanno difficoltà a reperire libri scolastici, e spesso non hanno la capacità di fare delle vere e proprie ricerche. Desideriamo così insegnare a usare internet non solo per scaricare musica o usare facebook (nella sala è proibito attraverso dei filtri l'uso dei pc per fini non legati alla ricerca e all'insegnamento) ma desideriamo aprirgli una finestra su altre possibilità. Una cosa che amo, amiamo in questa sala, è nello stile open source, offrire possibilità, aprire finestre, poi ciascuno nella libertà sceglie cosa vuole. Un ultimo passaggio sarà quello di iniziare ad insegnare come creare un sito e un blog, per favorire la comunicazione e aprire una finestra sul positivo della realtà informativa sul web, ancora con possibilità di poche censure ed una certa libertà di espressione. Bom, ho scritto troppo come al solito e la metà di voi si sarà annoiata, mi fermo qui.

Ciao a tutti. sito web di Ubuntu. http://help.ubuntu-it.org/9.10/ubuntu/about-ubuntu/it/index.html
http://blog.thesilentnumber.me/2009/09/top-things-to-do-after-installing.html