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dicembre 2007 speriamo in un 2008 migliorePalanca 26 12 2007
Salve cari amici, mi trovo a Palanca, un appendice di Luanda. Sto vivendo il secondo giorno d’Esercizi Spirituali, una benvenuta pausa nella mia vita. È uno spazio importante dove fermarsi a riflettere nel silenzio, un silenzio pacifico, dove incontrare Dio, quel Dio che continuamente cerco. Mi trovo a riflettere. Oggi è il mio onomastico. Nella mia famiglia c’è una tradizione: il 26 a casa degli zii Giancarlo e Valeria, tutta la famiglia si riunisce. Prima dell’Angola, da qualunque parte d’Italia, era questo il giorno della riunione. Mi è capitato di non essere con i miei a Natale, ma il 26 si era sempre insieme. Da 4 anni sono con loro spiritualmente, non posso esserci fisicamente, ma vi assicuro che li sento tutti presenti. La vita d’altronde ci chiede questo, di accettare con serenità anche i sacrifici, come questo, l’essere lontano da alcune delle persone più importanti della mia vita. Il giorno del mio onomastico mi fa anche riflettere sul martirio, Santo Stefano, l’innocente assassinato a pietrate, quanti Stefano ci sono ancora oggi, qui a Luanda molti, forse troppi. Mi tornano in mente due ragazzi della Lixeira, in particolare uno, Danì, l’altro si chiamava Francisco. Erano due catechisti, animatori della mia vecchia parrocchia della Lixeira. Erano perché ora non sono più con noi. Sono stati assassinati da pochi giorni. Erano in strada, stavano filmando un cortometraggio su una vecchia telecamera. Volevano preparare una “palestra”, una conferenza sulla violenza nella città di Luanda, in particolare nel nostro bairro dello Sambizanga. Avevano chiesto anche il permesso alla vicina stazione della polizia, beneplacito accordato. Fingono una rapina. Improvvisamente arriva una squadra speciale della polizia, in borghese. Non appartengono alla stazione del quartiere. Arrivano, non domandano, non si accertano. Sparano. Muoiono perché desiderano insegnare ai coetanei, agli altri giovani angolani che il denaro veloce non è la via per far crescere il paese… 6 persone cadono, Danì e Francisco muoiono, altri 4 rimangono feriti. La squadra speciale va via. Una settimana prima una zungeira (una donna che fa la venditrice ambulante) è avvicinata da un poliziotto. Le zungeiras sono illegali, ma sono migliaia. Luanda vive di commercio informale. Non hanno luoghi dove vendere e vendono ovunque passi gente che compra. Vendono biscotti, frutta, olio, qualsiasi cosa. Il poliziotto le toglie la mercanzia, il denaro. Lei protesta. Riceve un proiettile nella testa. Ho visto altre volte alcuni di questi uomini in divisa far rispettare la legge alle zungeiras. Quando arriva la polizia loro fuggono, a volte la polizia è veloce e sono costrette a lasciare la mercanzia sul terreno. Una di queste volte il poliziotto prende tutto, lo carica sulla camionetta. Nel tutto c’è una piccola borsa con pannolini, biberon… la donna rincorre la camionetta, rivuole le cose per il figlio… piccolo neonato che segue la mamma, alla ricerca di denaro per sopravvivere, assicurato con un panno sulle sue spalle. Il poliziotto ride con disprezzo e la camionetta si allontana sempre più velocemente, inseguita senza speranza dalle sempre più strazianti grida della donna, che ha perso il sostentamento di un giorno, la sua mercanzia, e il cibo per il suo futuro, il suo bambino. I martiri di Luanda sono tanti, a volte perseguiti per coloro che sono i “giusti”, alcuni poliziotti corrotti, vergogna della loro divisa, dell’Angola, dell’uomo. Sono tutti così? No. Ma sono troppi quelli che sono così. Come Stefano ieri, molti muoiono martiti oggi, sacrificati sull’altare dell’egoismo umano, incapace di vedere l’altro come il fratello. È difficile non pensare questo. Nella mia meditazione mi domando come io posso essere Stefano, martire per amore. Non desidero morire tranquilli, ma desidero morire a me stesso per dedicarmi completamente a questi fratelli, disprezzati, umiliati, derubati dal fratello più forte, il quale oggi è il poliziotto corrotto in strada, domani è il politico disonesto alla ricerca di facili guadagni che vende il suo popolo al cinese o al bianco capitalista di passaggio. Dopodomani è l’Italia che non si cura di ricevere petrolio dall’Angola e che qui in Angola fa davvero poco per questo popolo, come per esempio organizzare una mostra sulle navi italiane! Ma cosa glie ne frega a una zungeira delle navi italiane? Non possiamo far conoscere l’Italia magari investendo quel denaro in un microcredito per le zungerias, o facendo una pressione sui diritti umani non rispettati? Se entro in questi pensieri aumento solo la mia rabbia, non mi fa bene. Preferisco tornare sul perché sono qui ora, su cosa mi ha spinto a perdere tutti i futuri 26 dicembre della mia vita festeggiati dalla mia famiglia: l’amore per Cristo che ritrovo in ogni uomo, specialmente qui, dove il povero Cristo ha il nome di Danì, innocente assassinato, delle zungeiras, coraggiose mamma in cerca di sopravvivenza, di un catechista che non si cura di donare se stesso annunciando il Salvatore, dei nostri meninos de rua, sempre di più e sempre più soli.
“Tendi l' orecchio, Signore, e rispondimi, poiché sono povero e misero. Custodisci l' anima mia, poiché sono un tuo fedele; salva il tuo servo che spera in te, tu che sei il mio Dio. Abbi pietà di me, o Signore, mentre a te grido tutto il giorno. Fa' lieta l' anima del tuo servo, mentre a te elevo, o Signore, l' anima mia.
Sì, o Signore, tu sei buono e concedi il tuo perdono, sei ricco di misericordia con quanti t' invocano. Tendi l' orecchio, Signore, alla mia preghiera, presta attenzione alla voce della mia supplica. Quando l' angoscia mi stringe, io sempre t' invoco, poiché tu mi rispondi.
Nessuno c' è fra gli dèi, o Signore, che sia simile a te; non ci sono opere che siano uguali alle tue. Tutte le genti, quante ne hai create, verranno, o Signore, e si prostreranno davanti a te e renderanno omaggio al tuo nome: «Tu sei grande, tu operi prodigi; tu solo sei Dio». Insegnami la tua via, o Signore: camminerò nella tua fedeltà. Fa' che il mio cuore tema solo il tuo nome. Ti renderò grazie con tutto il mio cuore, Signore mio Dio, e darò gloria per sempre al tuo nome; poiché grande è la tua misericordia con me: hai strappato la mia anima dal profondo degli inferi.
Arroganti sono insorti contro di me, o Dio, una schiera di violenti hanno attentato alla mia vita; non hanno posto te davanti ai loro occhi. Ma tu sei, o Signore, un Dio pietoso e pronto alla compassione, lento all' ira e ricco in misericordia e fedeltà. Vieni a me incontro con la tua compassione; concedi al tuo servo la tua forza, salva il figlio della tua ancella. Opera per me un segno di benevolenza, affinché quelli che mi odiano rimangano confusi, vedendo che mi hai soccorso e mi hai consolato.”
La vita a volte è davvero troppo breve, la morte viene senza bussare e come essa si presenti rimane un doloroso mistero. Continuo però a sperare in Dio, so che Lui mi ascolta, sente il grido dei suoi figli, quando questo è di gioia e quando è di dolore. Egli ha strappato la mia anima dagli inferi, strapperà anche male dal mondo, affinché tanti Danì possano continuare non solo a vivere, ma a sperare di poter migliorare il Mondo.
dicembre 2007 Buon NataleBuon Natale! Questo augurio da quanto tempo riecheggia nelle nostre menti, risuona nelle pubblicità. Tra pochi giorni lo augureremo molte volte. Augurare è espressione del desiderio o della speranza che ad altri accada qualcosa di positivo. Qual è il positivo che deve accadere nel Natale? Cosa stiamo augurando? Per antonomasia ci stiamo riferendo alla festa del 25 dicembre, la data scelta per celebrare la nascita di Gesù. Non abbiamo ancora una risposta alla nostra domanda, cosa stiamo augurando? Di ricordare la nascita di Gesù? Vediamo quindi che immediatamente sorge una riflessione: il Natale è cristiano, ha una referenza diretta a Gesù. Questo augurio fa però parte oggi, dell’”affettivo” legato alla festività natalizia intesa come riunione della famiglia prima, e come momento di festa ( purtroppo spesso business) odierno. In ogni caso cosa noi auguriamo, almeno noi cristiani? Provo a dirvi cosa io sento ed esprimo, quando auguro buon Natale. Il mio Buon Natale è intimamente legato alla nascita di Gesù come avvenimento centrale, ma con tutto ciò che il periodo d’Avvento esprime: sta venendo il Signore in mezzo a noi, convertiamoci, vigiliamo, accogliamolo, ospitando gli altri, vigilando sulla giustizia e sulla Pace. Prepariamoci ad accoglierlo disponendo noi stessi e non solo, prepariamo oggi e qui il suo Regno, fatto d’amore, di lotta all’iniquità, all’ingiustizia, d’opportunità per tutti, d’inclusione e non d’esclusione. Le dimensioni di quest’augurio si ampliano e obbligano ad altre riflessioni, le quali sono aiutate dalle letture del periodo d’Avvento ed esplodono nel grido di gioia della notte di Natale. In quell’esplosione d’allegria bacio non il piedino di gesso del bambino nella mangiatoia, ma tento di abbracciare con affetto vero e profondo Gesù che incontro nel fratello, chiunque esso sia. Mi ritrovo quindi a dover superare i dubbi di Zaccaria, incapace di credere davvero anche dinanzi all’Angelo. Io come lui ho difficoltà a credere: sento davvero nel mio cuore che sono chiamato ad accogliere i doni di Dio? Leggendo qualche notizia dall’Italia vedo che non è una difficoltà solo mia: muri che crescono per ghettizzare il diverso; sindaci che invitano ad emigrare gli italiani (provocazione) per lasciare spazio agli altri, trattati meglio di noi. Quante volte questi sentimenti esplodono in noi? Incapace di conoscere davvero il mio fratello, non vedo in lui un dono di Dio da accogliere ma un pericolo, e non credo neanche agli annunci che Dio mi manda attraverso le sue mediazioni. Ecco, sentendomi Zaccaria non posso che far altro che cercare Maria e chiedergli di aiutarmi ad oltrepassare questo peccato d’esclusione del fratello, così come lei ha fatto: un si senza limiti, senza chiedere prove che era giusto dire si, un’adesione totale che confida non nelle proprie forze o nei giudizi dei propri simili, ma che si fonda solo ed esclusivamente sulla certezza che Dio essendo amore crea e dona solo amore. I fratelli ancora sconosciuti sono i suoi figli, come me, mi fido basandomi sulla fiducia in Dio, apro il cuore prima di aprire la porta. Il mio augurio mi impone quindi di essere vigilante in questa attesa dell’allegria, ma non aspettando una statuina nel presepe. Sono vigilante su me stesso, sul peccato di egoismo e superbia che facilmente entra nella mia vita. Sono vigilante nel cercare nell’altro il viso di Gesù che viene, anche quando è nero, o albanese, o carsolano, o maleodorante, o fuori moda. Si, sarò vigilante nell’approssimarmi all’altro. Mi rendo conto che questo è difficile, implica una radicale conversione, del mio cuore, della mia mente, del mio quotidiano. Io desidero, come grida Isaia, accogliere e condividere il “Dio della Giustizia e della Sapienza che viene in mezzo a noi”. Comprendo allora che la presenza di gesù nella mia vita, comporta la presenza viva della Giustizia e della Sapienza, condizioni indispensabili per l’avvento della Pace, ma per tutti. Mi domando allora cosa posso fare, come posso rimuovere le pietre che ostacolano questa camminata spirituale che deve necessariamente arrivare a scelte concrete nel mio quotidiano? Non mi ripiego su me stesso, non mi chiudo. Seguo l’esempio di Giovanni e cerco d’essere essenziale, cerco il deserto inteso non come arida tristezza, ma silenzio meditativo. Mi esamino e cerco le mie “pietre d’inciampo”, le riconosco e dopo, ancora come il Battista, cerco la purificazione, condizione indispensabile per correre spedito nel mio cammino, per andare più leggero verso l’Amore di Dio. La confessione oggi vista come debolezza mi è d’aiuto. Sento di avere il coraggio di mettermi a nudo, di andare oltre le mie paure e le mie vergogne. Come Maria dico si e mi metto in gioco, ma partendo da me stesso, non da romantiche teorie e storie. Il mondo materialista d’oggi vuole condurmi su altre strade, a Luanda come a Roma o Torino. Comprare, consumare, “sentire” con i 5 sensi tutto e se posso contemporaneamente. Non voglio e non posso. Desidero che accada qualcosa di positivo, qualcosa di unico, di immenso. Se lo auguro ad altri io stesso lo devo vivere, così che questa conoscenza possa essere trasmessa nel mio augurio e sia percepita come tale e non come un formale slogan da elargire con sorrisi o con freddezza a seconda delle occasioni. Sarò essenziale, non per moda ma per essere vicino al buono. Sarò essenziale per avere più, un più da donare al Cristo che cerco e voglio riconoscere nel fratello che mi passa accanto, o scorre velocemente al mio lato, nell’indifferenza della noia, o della paura, o della routine. Sarò essenziale per apprendere a riconoscere dove sono chiamato ad essere uomo che cambia le spade in aratri, affinché non sia un consumatore della fede, ma un uomo capace di osare per fede. Giuseppe e Maria osarono per fede, io sarò capace di osare? Di andare oltre il buon senso? Sarò capace di andare, donna incinta di nove mesi, in viaggio? Sarò capace io Giuseppe di accettare l’aiuto degli ultimi, di coloro che nulla hanno da darmi, come i pastori? Già, proprio loro. Ma non le simpatiche statuine del presepe, ma coloro che 2000 anni fa vivevano fuori dalla città non solo per fare la guardia alle pecore, ma perché erano emarginati e disprezzati. Domandatevi cosa sarà accaduto ai simpatici pastorelli, annunciatori e proclamatori del Gloria dopo la strage dei bambini perpetrata da Erode, coloro che avevano ricevuto il festoso annuncio dei pastori, come li avranno trattati dopo la strage? Eccomi allora a scegliere di essere essenziale per osare di amare, eccomi costruttore di pace e giustizia per questo amore osato e non per calcolati pensieri, dosati ed equilibrati che mi condurranno alla notte di Natale pieno di romantica gioia, aspettando la fine della messa per poi andare a casa con amici e familiari ed aprire il tavolo del gioco, che sia tombola o poker tanto fa. Ecco quindi che il messaggio d’accoglienza che il Natale m’invia, l’accoglienza di Dio in mezzo a noi, si spoglia di romanticismo e mi dice d’essere persona attenta, vigilante su me stesso, per migliorarmi, crescere come uomo, seguendo l’esempio del Divino fattosi uomo. Gesù non si è incarnato per essere un riccioluto bebé in una romantica mangiatoia. Si è incarnato per mostrarci la strada. Mi converto per non essere ripiegato su me stesso o sul buon senso comune, ma per accogliere con amore e fede il fratello che Dio mi dona. La pace è frutto dell’amore non della paura. Il mio Buon Natale allora chiede di essere coraggiosi, profetici, prima con noi stessi e dopo, concretamente attraverso scelte prive di buon senso, ma piene d’amore, con gli altri. Questo Gesù che nasce, nasce ovunque: nella roulotte rom e nella favelas della Lixeira, a Tor Bella Monaca e nelle Gescal di Torino. A Carsoli e ad Ortona, a Torino e a Pinerolo, a Napoli nei Quartieri Spagnoli e nel confortevole Vomero. Il mio Buon Natale è quindi un andiamo fratello, cerchiamo insieme Gesù, collaborando al suo regno di Giustizia, Sapienza, preparando la pace per tutti, eliminando l’esclusione sociale, e profetizzando l’inclusione sociale, perché in Gesù Figlio di Dio tutti possiamo sentirci e sperimentare l’allegria dell’essere Figli dello stesso Padre. Vi auguro un vigilante Natale, vissuto nella meditata e profonda conversione capace di essere uomini/donne profetici, capaci di osare nell’accogliere, per poi fraternamente vivere con allegria il grido del Gloria. Buon Natale da Luanda. Stefano Francesco Tollu sdb
dicembre 2007 quanto è difficile cambiare, migliorare.È tornata ufficialmente la stagione delle piogge, dopo circa un anno dai terribili avvenimenti della stagione passata: case distrutte, strade intransitabili.Cosa è cambiato? Cosa è migliorato?Nelle ville dei grandi molte cose probabilmente, illuminazione migliore, asfalto fino al cancello ed altro. Nella case dei poveri, nelle baracche degli emarginati la solita disperazione, acqua che entra dal tetto, che sale dai water per chi li ha, che entra dalle porte.La pioggia di sabato, circa un’ora e mezzo, ha lasciato la città intransitabile. A mezzanotte c’era ancora un terribile intasamento nelle strade principali, che collegano il centro con le periferie, dove vive la maggior parte dei lavoratori. Come arrivare in tempo al lavoro quando per percorrere al massimo 20 km servono 4 ore?Il governo ha avuto la brillante idea d’iniziare i lavori di riabilitazione delle strade della capitale circa un mese fa, idea brillante davvero. Qui si hanno 6 mesi di “secca” e 6 di piogge, non tutti i giorni ma tutte le settimane sì. Le strade principali sono ora ad un solo senso, per via dei lavori. Il senso chiuso al traffico è un grande lago interrotto da pochi metri all’asciutto. Il lato transitabile è un caos.Le piogge sono violente e aggressive. Le poche strade riabilitate non hanno canali di scolo, quindi si allagano. Le strade senza asfalto hanno dei crateri enormi causati dalla vecchia stagione delle piogge, quindi si formano dei veri e propri laghi. Le auto entrano e rompono semiassi ecc in questi crateri con una confusione allucinante dove per poter avanzare si deve fare uno slalom tra buche, macchine che vengono nel senso contrario e macchine rotte in mezzo alla strada. Quando la macchina che si rompe è un camion, vi lascio immaginare cosa accade.In questo momento non abbiamo notizie di case crollate per la forte pioggia, ma solo allagate. Ma questa è una delle prime vere piogge, quando arriveranno quelle forti di Gennaio e Febbraio cosa accadrà?La nostra situazione non potrà quindi che peggiorare. Il popolo angolano soffre e lotta. Molti guardano con una certa rassegnazione a quello che accadrà. Nella favelas ognuno tenta di collocare materiale di scarto edilizio o pietre davanti la porta per impedire all’acqua di entrare. Questo fa sì che l’acqua non invada alcune case, ma l’acqua da qualche parte deve andare e quando “sfonda”, povera la strada o la casa “sfondata”. È una lotta alla sopravvivenza affidata non all’organizzazione ma al caos e all’iniziativa(negativa o positiva) di ciascuno.È difficile organizzare questo problema, il popolo è frustato e ipersensibile al problema dell’allagamento, quindi il solo pensare che un canale di scolo passi vicino alla propria casa causa guerre di vicinato. Comunque sia, non temiamo, riusciremo a venirne fuori. Speriamo che il governo prenda coscienza vera di questo problema e si sforzi di trovare soluzioni a breve termine e a lungo termine.Il nostro avvento è iniziato.Stefano Francesco Tollu sdb |
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