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febbraio 2008

una biografia di Stefano, cioè io :)

Mi è stata richiesta da un giornale, la condivido con voi.

Salve a tutti, chi scrive è un giovane missionario di 35 anni J.

Vivo dal 2004 nel continente africano: 3 anni in Angola; 1 anno in Kenia. Il giorno in cui ho visto per la prima volta il suolo africano (come missionario) mi sono emozionato, e dentro di me ho sussurrato: sono a casa.

Non dimenticherò mai quel giorno.

Un viaggio iniziato dalla Pisana di Roma, arrivo all’aeroporto con circa 80 kg di bagaglio in più del dovuto: una lotta con il check in ed ho il via libera fino a Parigi; altra lotta a Parigi per avere la possibilità di trasportare il tutto fino a Luanda.

Finalmente arrivo, accolto all’aeroporto da un mio confratello e 4\5 meninos de rua in cerca di denaro o una borsa da rubare. Un sorriso, due parole del confratello e un “Desculpe padre, mas queremos ajudar”. “Ci scusi “don”, ma ti aiutiamo lo stesso ok?”, in pratica ti aiutiamo e non ti derubiamo nulla; don Bosco non gli era sconosciuto.

Posso fare un balzo nel passato prima di continuare?

 

Carsoli- AQ, 1985. Un ragazzo di nome Stefano è in piena crisi adolescenziale: rifiuto dell’autorità paterna, del paese in cui vive, della realtà che in qualche modo lo opprime. Stefano è un adolescente in fuga, cerca emozioni, non desidera certezze. Lascia la Chiesa: troppe vuote parole e regole morali tradite continuamente dalla società e da alcuni “prelati” che conosce bene. Lascia i buoni amici e il calcio, non è un fuoriclasse e gli allenamenti regolari, gli amici regolari non lo annoiano, ma neanche lo eccitano. Terza media, aula normale con professori normali, che non sanno aiutarlo ad andare oltre. Totale disinteresse.

Inizia a scoprire altro: le ragazze, le sigarette, le canne.

 

Si diploma alla scuola media con il minimo, arriva l’estate, arriva lo sballo. Inizia un vortice d’emozioni. Il desiderio di fuga s’incontra con la realtà dell’hascish. Il denaro in tasca non gli manca, i genitori hanno un’avviata attività commerciale, Stefano lavora e di tanto in tanto dimentica una mano nella cassa. Alla sera i sella ad un motorino o con l’autostop si fugge:  destinazione i paeselli intorno, pieni di romani (e romane) in villeggiature. Il vorticoso passaggio da una vita noiosa, fatta di doveri e regole a quella di menzogne ed emozioni è fatta. Stefano ha un grande amico. I due insieme sono davvero pericolosi. Iniziano a comprare hascish a Roma attraverso alcune amicizie di Stefano. I due hanno 13 e 14 anni. La sera rubano la 126 della mamma dell’amico ed entrano in autostrada, destinazione Roma e il fumo. Da lì il passaggio ad una vita sempre più sregolata: alcool, droghe, prostitute, sesso. Le amicizie buone finiscono nel dimenticatoio, la scuola anche. Dopo l’ennesima bravata il papà lo ritira dalla scuola agraria di Avezzano. Le amicizie pericolose continuano, amici che usano armi, droga. La droga passa dall’hascish alla cocaina. Di giorno lavora, è un fiorista “affermato” e bravo. Al calar della sera è un ragazzo annoiato da tutto che vive solo d’emozioni, sempre più difficili da trovare annebbiato com’è dal consumo di droghe, eccessivo.

La sua giornata inizia alle 7 e prima di far colazione la prima canna è stata accesa, andando avanti ad un ritmo sostenuto. Al termine della giornata se le canne non sono 10 con certezza, saranno 9. Tutto è secondario, non importante. Non ha rapporti veri con la sua famiglia, in eterno conflitto con suo padre. È totalmente disinteressato dei suoi fratelli. Continua così fino ai 21 anni. Unica scossa in questa vorticosa strada fatta di egoismi è la comparsa di una ragazza trentina. Lei è sensibile, onesta, ama la montagna, la pulizia. S’incontrarono in una vacanza a Rimini anni addietro. Ebbero una storia. Lei lo lasciò per le sue continue bugie. Si rincontrano, si piacciono di nuovo, ma lei non accetta di re-iniziare: “ Il giorno che vedrai in te ciò che io vedo oggi sarò orgogliosa di te. Tu però non vuoi vedere e per l’amore che provo per te, voglio non vederti più. Non posso osservarti distruggere quello che sei veramente”.

Queste parole rimasero scolpite nel cuore di Stefano, scolpite a fuoco, dolorosamente scritte.

A 21 anni Stefano va in vacanza: Repubblica Dominicana. La sua vita non ha senso. Lavoro- droga sono le due costanti. Ha molti amici, gli vogliono bene e lui glie ne vuole, ma non si sente capito e continua a sentirsi oppresso, il bello è che non lo sa.

Repubblica Dominicana: arriva strafatto di cocaina. Arriva in una cittadina che vive di turismo e vi arriva nel periodo di bassa: pochi turisti. Il suo unico desiderio è avere sesso, droga e divertirsi. Accade l’imprevisto: una ragazza, una prostituta.

In una maniera bizzarra conosce una prostituta, contravvenendo alle regole dategli da un amico italiano che vive nell’isola, va con la ragazza in uno squallido alberghetto nella favelas, è talmente fuori che neanche se ne accorge. Il giorno dopo si sveglia, al suo lato questa bellezza esotica che non ricorda di aver conosciuto. Apre le finestre e lo sguardo si posa sulle basse case, ognuno di un colore diverso dinanzi a lui. Su un albero sono appollaiate delle galline. Percepisce che si trova nel luogo errato. Fugge precipitosamente fuori; una moto taxi lo riporta al suo tranquillo albergo, dai suoi amici. La ragazza lo cerca, lo trova. Non vuole solo i soldi che lui non gli aveva lasciato, ma vuole incontrarlo di nuovo.

Grazie a questa ragazza entra e d esce dalla favelas, mangia per la prima volta in cantine non per bianchi, visita e conosce luoghi non per i turisti. Scopre cosa significa prostituirsi per una ragazzina di 15 anni (molte delle ragazze-bambine in quell'albergo erano di quell'età, tra queste Angelica, la sorella minore di Carolina, l'amica di Stefano), di fatto va a vivere con la sua amica nell’albergo dove lei e le sue amiche “lavorano”. Vede gesti di solidarietà tra queste ragazze, tra loro e meninos de rua scacciati da tutto e tutti, perché pericolosi, ed è vero che lo sono.

Scopre un mondo nuovo che non immaginava minimamente esistesse, e per la prima volta da anni, non usa droghe: la ragazza con il suo affetto e la sua sensibilità ha fatto il miracolo che nessuno era riuscito a fare. Ha svegliato Stefano.

Inizia una nuova vita, lontana dagli eccessi delle droghe, del sesso facile, di tutto ciò che era sensazione veloce e non sentimento vissuto. Il mondo sembra assumere forme, colori, sapori nuovi.

Una decisione drastica, netta: lasciare la famiglia, lasciare Carsoli, lasciarsi scoprire dal mondo e scoprire il mondo.

Non fu semplice, le resistenze furono molteplici. Un caro amico guardandolo negli gli dice:” ma cosa ti è successo a Santo Domingo? Sei impazzito?”

Stefano è davvero impazzito, vuole sentirsi libero, vuole vivere senza il fumo dell’hascish nel cervello, o delle altre droghe. In famiglia non lo capiscono (e come potrebbero? In verità neanche Stefano si capisce, sa solo che tutto quello che ha lo sta distruggendo, giorno dopo giorno).

Va via. Potrebbe incontrare denaro facile con alcuni amici romani, decide invece di chiedere aiuto ad una sua zia, la Zia Rosa.

Lei è poliomielitica, vive nella comunità di Capodarco di Roma. Stefano va lì. Lo ospitano e lui cerca di rendersi utile in qualche modo. Fa amicizia con i residenti di Capodarco e scopre altri mondi: il mondo della sofferenza quotidiana di chi non può usare le braccia, le mani, le gambe, a volte di chi ha limiti intellettuali. Scopre i down, gli spastici. Gli insegnano a vivere. Gli spiegano cosa significa gioire delle piccole cose del quotidiano.

Con gran sorpresa di tutti, Stefano non solo si trova bene, ma riesce anche a fare del bene. Gli propongono di fare qualcosa insieme, lui vuole provare. Un buon colloquio con una psicologa e la doccia fredda: “Se vuoi aiutare gli altri, prima cerca di capire perché fino ad un anno fa non eri capace di aiutare te stesso. Sconfiggi i tuoi incubi. Trovati davvero e dopo sarai una gran ricchezza per gli altri”. Una doccia fredda. Stefano lascia Capodarco arrabbiato e deluso. Va a trovare dei parenti in Campania e lì in 5 minuti torna a fare amicizie particolari. Un brutto episodio lo obbliga a scegliere: cosa vuoi, il passato o vuoi continuare a cercare un futuro diverso?

Torna a Capodarco, con il suo fondatore inizia un cammino di riflessione che lo porterà fino alla Comunità del Soggiorno Proposta ad Ortona. Dopo due anni dall’ultima canna, dall’ultimo tiro, Stefano accetta di entrare in una comunità terapeutica per ritrovarsi davvero. Tre anni di cammino, con forti difficoltà iniziali: “Ma io non mi sono mai fatto d’eroina, ma io non sono mai stato un “tossico”. Questo non è il mio posto.”

Stefano schifava tutti, l’unica persona che stimava era Don Gigi, il fondatore. Piano piano, grazie agli altri ragazzi percepisce che si stava solo raccontando delle giustificazioni, semplicemente non voleva scavarsi dentro e vedere che in fondo i suoi problemi interiori, affettivi, erano gli stessi del tossico da ero. Erano gli stessi di molte altre persone che non vogliono guardarsi dentro. Inizia a farlo ed incomincia il suo vero cambiamento. Al termine della comunità lo Stefano che esce ha davvero poco a che fare con lo Stefano di prima. Ha delle proposte di lavoro nel sociale, vicino alla comunità che tanto ha significato ( significa) per lui. Le rifiuta, sta ancora cercando. Accetta di tornare a Capodarco come volontario. Pochi soldi, tantissimo lavoro. Non ha importanza, sta crescendo e crescere merita dei sacrifici…

 

 

 

Ci siamo lasciati con Stefano che cerca, che cerca se stesso, sacrificando molte cose che prima avevano un’importanza fondamentale: tutto ciò che emozionava.

A volte mi fermo e ricordo quello Stefano, che cercava sempre di andare fuori giri, come una macchina lanciata al massimo su una strada piena di curve, il contagiri sul rosso, e le ruote che stridono… facilmente si va fuori strada. Spesso torno a ricordare amici che come me viaggiavano a velocità folli, cercando di stare sul rosso. La maggior parte non ci sono più: Teo, Romoletto, la Mosca, e tanti altri di Roma, di Napoli, di l’Aquila… mi stanno aspettando laddove sorella morte ci porterà un giorno, a tutti e senza eccezioni alcuna.

 

Stefano va a Capodarco. Da qualche tempo ha riscoperto la presenza viva di Gesù e questo lo turba, lo inquieta e allo stesso tempo gli dà forza. Ora vive a Grottaferrata, in una comunità di Capodarco liberata dalla magnifica Lilly, una grand’amica scomparsa da qualche anno. Lilly aveva una di quelle malattie che deteriorano il corpo, ma che non riescono a scalfire minimante l’anima quando questa è forte, piena, viva. In questa comunità c’è un microcosmo, buoni, cattivi, deboli, forti, vigliacchi e modelli di vita. Stefano si fa apprezzare, ama ed è amato. Non è persona da compromessi, ha scelto di non farne più, soprattutto con la coscienza, questo gli causa non pochi problemi, in maniera particolare con quelle persone che sfruttano il “sociale”. Ci sono purtroppo persone che “scelgono” di aiutare gli altri, perché farlo li fa stare meglio. Usualmente sono quelli che danno e creano seri problemi.

Mi viene la voglia di scrivere qualche esempio concreto, ma non ne vale la pena, sarebbe gossip e qui non vogliamo questo. Queste esperienze forgiano il nuovo Stefano, lo obbligano a scegliere continuamente di non essere più uno di quelli che pensa “vivi e lascia vivere”. Sceglie di intervenire e di pagare sempre di persona. Certo questo fa male e causa non pochi problemi, ma ti lascia dormire con una coscienza viva e serena, dopo tanti anni di bugie, di sottorifugi non è poco. Stefano sente di essere sempre più affascinato da questo Cristo che vive ora nella dimensione della sofferenza fisica e affettiva di molti fratelli e sorelle della comunità, ma ne ha paura, lo sconvolge il pensiero di lasciare tutto di nuovo, e soprattutto di essere un servo del Signore: n’è indegno.

Ci sono diverse ragazze che gli fanno gli occhi dolci; anche qui Stefano è cambiato, non desidera storie, non desidera fughe, preferisce costruire e vivere amicizie. Quando la paura di Gesù si fa più forte, Stefano decide di nuovo di fuggire, questa volta non con la droga ma con una ragazza con argomenti sicuramente convincenti. Il fondatore di Capodarco, Don Franco n’è felice, vede Stefano come qualcuno con il quale sognare un futuro in Capodarco.

 

Stefano ci prova, ma Gesù ha una voce più suadente. Va in crisi. Non scorderò mai una settimana in cui cercavo sostegno e rifugio nel Vangelo secondo Luca e in “Fratello sole, sorella Luna” di Zeffirelli. È dura, sembra una sofferenza simile a quella provata quando scelse di uscire fuori dal mondo precedente. Cerca don Gigi: “Ho la vocazione?” “Con certezza hai una vocazione apostolica, vuoi dedicarti agli altri, continua a cercare”. Arriva il momento più duro, lo scegliere per non continuare ad essere inquieto e allo stesso tempo per lasciare libera Isa, la ragazza che perse Stefano, rubatogli da Gesù, ma ancora aspettava che l’ennesima stranezza di quel ragazzo sensibile svanisse, e lui finalmente tornasse a lei.

 

Stefano fa degli straordinari, pulizia del centro professionale per due mesi nel suo tempo libero, la sera dopo le 21 in pratica. Desidera avere il denaro sufficiente per prendersi 20 giorni di vacanza. Va trovare una delle sue più care amiche, Monia e un caro amico, Camillo. Sono compagni della comunità, lo conoscono come pochi. Passa i suoi giorni con loro, Vasto e uno sperduto paesino in provincia di Lanciano gli danno serenità e forza. Arriva la scelta benedetta da un sonoro “sei pazzo” da parte di tutti, tranne Don Gigi, Antonella (educatrice al Soggiorno Proposta). Altra crisi: Don Bosco o San Francesco? Sceglie don Bosco. Entra come aspirante religioso nella congregazione salesiana. Passa un anno nella casa di Vasto. Un’esperienza forte, viva, dura. A malapena conosce la maggior parte delle preghiere, l’unica cosa che conosce bene è la Bibbia, letta e riletta ormai negli ultimi anni.

 

Il capodanno del 97 è un’incubo. Essere un religioso non è una cosa semplice, lasciare tutto per donarsi completamente è uno spogliarsi per rivestirsi di Cristo, è cambiare pelle, è doloroso. Lo si accetta solo per amore. Quel fine anno Stefano lo passò nella sua piccola camera, piangendo e pregando: “Davvero mi vuoi?”.

Le esperienze passate lo aiutano ad entrare nel cuore di tanti giovani, li segue, li cerca, gli parla, li ama e da loro è amato. Arriva un’occasione meravigliosa e fondamentale: la possibilità di vivere un’esperienza in Africa, un mese in Angola con un gruppo di giovani degli oratori salesiani. L’Angola è in guerra, ma i salesiani garantiscono la sicurezza della piccola spedizione missionaria. Stefano conosce quella che un giorno sarà la sua nuova casa, la nuova patria. Arriva in un paese che sta morendo in una sanguinosa guerra civile, vede cose che pensava esistessero solo nei film. Violenza, povertà, desiderio di un mondo diverso, fede. Questa esperienza lo segnerà indelebilmente: voglio essere un missionario di Cristo, non importa dove, ma voglio esserlo. Torna in Italia e dopo un anno lascia Vasto.

 

Un anno vicino Roma nel noviziato (Lanuvio) e scegli di essere salesiano, la congregazione lo accetta ed eccolo emozionato a pronunciare pubblicamente i voti di Povertà, Castità e Obbedienza. Arriva l’ennesima prova: “Il tuo curriculum scolastico è incompleto, devi tornare a studiare”. Lascia i suoi compagni e va a vivere a Torino. Altra esperienza bella, intensa e dolorosa. Torino, città totalmente diversa dalla sua Roma, dal suo Abruzzo, da tutti gli altri luoghi in cui aveva vissuto. Fa freddo e spesso questo freddo è nel suo cuore, si sente solo e non capito, così come lui non capisce questa nuova cultura (vi confesso che mi sono ambientato più velocemente a Luanda che a Torino). Non nasconde il suo passato, racconta chi è, ha deciso da tempo di non volersi nascondere, lo paga a caro prezzo, anche nella vita religiosa ci sono giudici, arcangeli che in nome di una certa giustizia condannano e chiudono i propri cuori. Tutto questo passa in secondo piano, grazie ai giovani che incontra, alle tante persone che lo fanno sentire amato. Come non ricordare il gruppo di marocchini e d’albanesi che segue? Tutti rigorosamente musulmani. All’inizio sono chiusi e non amichevoli. Mesi di pazienti momenti in silenzio, a cercare di fare amicizia nell’oratorio di Valdocco, la prima casa di Don Bosco. Finalmente il muro cade e nasce un’amicizia profonda e intensa. Il salesiano direttore della casa un giorno gli dice “è la prima volta che vedo questi ragazzi salutare il loro “assistente” prima di andare via”, le più belle parole che potevano essergli rivolte, lo ripagano di tutti i sacrifici e le sofferenze.

 

Nascono amicizie profonde ed intense, vive ancora oggi con altri giovani di Torino che incontra nelle scuole e nei luoghi dove è chiamato ad offrire il suo servizio. Studia in un liceo linguistico, un uomo adulto con degli adolescenti, ennesima prova, non è davvero una cosa normale. Anche qui trova risposte positive, il bene d’altronde è ovunque, basta cercarlo con volontà e tenacia. Arriva il diploma e il momento di lasciare Torino, si torna a Roma, due anni per studiare filosofia e un servizio apostolico in una Parrocchia di Ciampino. Sarebbe bello raccontare tutto, ma servirebbe un libro. Una cosa che vale la pena raccontare è l’ennesima crisi, una “lite” con un salesiano, direttore della casa di Roma. Stefano si sente in gabbia, la vita dello studentato lo limita, è uno spirito libero. Università, studio, preghiera. Il sabato e la domenica attività apostolica. Troppo poco per il suo carattere. Stefano vuole stare fra la gente, con il popolo. Desidera stare con i ragazzi difficili, poveri. Si trova lontano da loro, entra in un conflitto ideologico con il suo superiore il quale lo invia regolarmente in ambienti “normali” e “buoni”. “Se non sono buono per i poveri non lo sono neanche per i ricchi”.

 

Stefano da scandalo: prende armi e bagagli e se ne va a parlare con il suo superiore diretto ad Ancona. La sua domanda per andare in missione è stata accettata, sarebbe meglio starsene buoni. Accade il contrario, blocca tutto e chiede un tempo di riflessione, se Dio lo chiama ora gli darà le risposte che desidera. Torna a Torino da un fraterno amico, va a riflettere su una montagna, inseguito dalle telefonate preoccupate di tanti amici, religiosi e non. Sceglie di essere docile ed obbedire, anche grazie alle parole di uno dei superiori generali, il quale non si nasconde dietro una foglia: “Hai ragione tu, ma allo stesso tempo devi apprendere ad avere pazienza e con questa aiutare anche chi la pensa diversamente da te”. Onesto!

 

Arriva l’Africa, arriva la mia casa.

Dopo un viaggio di 11 ore arrivo a Luanda, l’avevo lasciata nel 1998, sporca, in rovina, impaurita. La prima volta che uscii dall’aeroporto, la puzza fu come un pugno nello stomaco, questa volta no, eppure non profuma di rose. Sull’aereo un pensiero veloce “Si sta realizzando quello che ho sempre sognato, anche quando non lo sapevo… Ti ringrazio mio Signore”.

Il tempo di una rapida colazione ed eccomi nella casa di São José de Nazaré: la Lixeira (immondezzaio in portoghese): una favelas di 1 milione e mezzo di persone, la nostra casa davanti al Roque uno dei più grandi mercati all’aperto dell’Africa.

Inizia un tempo di gran lavoro. La comunità salesiana ha una scuola con 6000 studenti (dalle elementari al “liceo”), alfabetizzazione 8000 studenti, centro professionale 2000 studenti. La parrocchia ha 14 piccole cappelle, ciascuna con un’opera sociale che va dal centro di salute a quello professionale. 6 oratori, e Stefano ci mette del suo creando il Projecto Desportivo Dom Bosco, per mezzo dello sport creare dinamiche di inclusione sociale in una delle più brutte e pericolose favelas dell’Africa intera. I Salesiani che vi lavorano? 4!

 

Il Projecto ha successo, dopo un anno ci sono 2000 tra giovani, adolescenti, bambini, divisi in 120 squadre e 5 discipline: calcio, basket, volley, pallamano, Capoeira.

Sono responsabile anche dei 6 oratori e del turno del mattino della scuola (la quale ha tre turni), con 1500 alunni. Un periodo d’intenso lavoro e di molte malattie. La mattina sveglia alle 530 e la sera a dormire alle 2300. Malaria e Tifo si presentano come costanti compagne di viaggio, è ancora così oggi dopo 4 anni. La favelas è difficile, io sono esigente: qui se sbagli la vita di qualcuno è perduta, non si può non esserlo. Non passa giorno nella favelas senza un assassinio, una violenza. Dormire udendo un arma da fuoco è normale. L’aiutare il prossimo in nome di Cristo qui significa offrirgli le possibilità di formarsi ed andare a vivere altrove. La Lixeira nasce dal nulla 20 anni fa. Il 95% sono persone fuggite dall’interno a causa della guerra, il 5 % erano i poveri di 20 anni fa. Sono venuti a vivere qui perché era vicino al mare (pesce) e alla discarica (materiali, cibo, vestiti).

 

Il mio essere esigente a volte mi pone di fronte a degli scontri, spesso creo esperienze nuove cercando di rispondere alle esigenze della favelas, il nuovo inquieta e spaventa sempre. I confratelli salesiani mi appoggiano al 100% e con loro, con il popolo, uniti contribuiamo a far crescere il sogno della Lixeira. Il Projecto riesce a tirare dalla strada molti giovani, inizia a farsi conoscere, la mia più gran gioia è vedere i nostri “atleti” non giocare più a piedi scalzi in mezzo ai rifiuti, stiamo costruendo dignità. Un giorno qualcuno mi dice: “All’inizio pensavo che fossi fuori di testa, ma ora vedendo mio figlio che va ad allenarsi, ben sistemato, come il figlio di un ricco… bè normale non sei, ma questa cosa è davvero bella!”

 

Arriva il giorno di lasciare la Lixeira, l’Angola, m’inviano in Kenia per gli studi teologici. Il saluto è struggente e doloroso. Avviene un mese prima della partenza. Devo professare i voti di povertà, castità e obbedienza per sempre. Questo avviene in una celebrazione Eucaristica.

La facciamo in uno dei luoghi a me più cari della favelas, la Mabubas. È uno dei centri dove avevamo più problemi con giovani drogati che invadevano l’area (non era chiusa), molti di loro sono cambiati grazie al Projecto. Alla Professione Perpetua partecipano più di 5000 persone, tutta la comunità della Lixeira fa sentire il suo affetto. È un momento di preghiera intenso, dove sento il Popolo al mio lato. C’è anche Don Gigi ed Antonella, un pezzo importante del mio passato nella gioia profonda del mio presente. Quel giorno saluto la Lixeira.

Kenia. Nairobi.

 

Si ricreano le condizioni di Roma, una comunità dedita allo studio con un apostolato il sabto e la domenica. Grazie a Dio m’inviano in un’altra favelas, tristemente conosciuta in questi giorni per i sanguinosi scontri in Kenia: Kibera. Il mio inglese è pessimo, e peggio ancora i ragazzi parlano in Swaiili e Luo… non capisco nulla. Poco alla volta m’inserisco, non è una casa salesiana dove vado, quindi il 90% di quello che so fare non posso farlo. Scopro altre dinamiche e cerco attraverso queste di inserirmi. La provvidenza mia iuta e nascono stupendi incontri che conservo nel cuore e che tanto mi preoccupano in questi giorni d’instabilità del paese. Dopo un anno non resisto più ai ritmi blandi dello studentato. Chiedo di lasciare questa comunità e di continuare a studiare lavorando. IN Kenia rifiutano, il mio superiore angolano invece accetta. Torno a casa!

 

Oggi sono a Luanda, non nella mia casa della Lixeira ma in quelle di São Paulo. Il quartiere è urbano e non è una favelas. Esistono povertà estreme e una vita quasi normale. Come chiamare normale la vita di chi vive in un palazzo di 7 piani senza ascensore, con l’immondizia nella strada (quello che accade a Napoli qui è normale) e senza acqua in casa? Un appartamento per 5 persone nel quale convivano almeno in 15?

In questa parrocchia abbiamo un centro giovanile stracolmo di ragazzi, divisi in 16 gruppi per giovani, 7 commissioni di servizio, gruppi per adulti. Un centro di salute, un centro professionale, due case famiglie per meninos de rua.

 

Il mio tempo è diviso fra lo studio in seminario al mattino, un momento di studio personale al pomeriggio e poi dalle 17h00 alle 21h00 sono con la mia gente. Dirigo il Projecto Desportivo Dom Bosco, oggi allargato ad altre comunità e che mi offre la possibilità di tornare velocemente nella mia casa della Lixeira. Sono responsabile di un centro di catechesi (abbiamo 8000 catecumeni divisi in diversi centri), mi occupo dei gruppi giovanili e do continuamente corsi: formazione umana, diritti umani, fede, e anche lavori artistici (qualcosina come ex fiorista la so ancora fare).

Mi ammalo spesso, Malaria e tifo mi vogliono bene, convivo con loro, le droghe non sono riuscite  a piegarmi, non lo faranno queste malattie.

 

Sono una persona felice, di dove sono, con chi sono. Soffro vedendo le umiliazioni alle quali sono costrette migliaia di persone. Umiliazioni figlie non solo di responsabilità locali, ma dovute moltissimo a responsabilità occidentali. Questo paese è ricchissimo di materie prime, sistematicamente incanalate verso altri paesi, anche l’Italia partecipa a questo purtroppo. Spero che questo articolo, mal scritto e poco pensato vi aprano una finestra sull’amore. Questa è una storia d’amore che riguarda l’uomo e la vita. Ho imparato ad amare e cerco di amare.

La mia famiglia che prima avevo e non sentivo, e che ora sento e non ho con me. L’uomo in generale, chiunque esso sia, l’altro a me stesso.

In nome di quest’amore, insegnatomi da Gesù sono qui, con la necessità di altre persone che collaborino con il loro amore, decidendo di fare qualcosa, perché vivere a Luanda è dura, vivere a Nairobi è dura, molto più che vivere in Italia. Qui la recessione è normale, l’inflazione è normale. Un appartamento fatiscente può costare 1500 dollari al mese, e ci sono persone che guadagnano 100 dollari al mese: conseguenza? Favelas.

 

La famiglia è destrutturata a causa della guerra; i giovani sono tantissimi e senza punti di riferimento, se non le telenovelas brasiliane, i ricchi occidentali e angolani, ciascuno con il suo fuoristrada ultimo grido e la sua bella villa protetta da filo spinato e guardie. Miseria e ricchezza vivono prossime, generando rabbia e tristezza nei cuori del popolo, sentimenti che possono essere pericolosi nel cuore di un giovane.

Ci aiutate a sognare un’Angola diversa?

Mama Muxima vi benedica, ciao e buona vita a tutti

Stefano Francesco Tollu sdb