Da un articolo preso da Avvenire.it ... perchè gli altri quotidiani italiani non ne parlano?
In Medio Oriente
Inedita pulizia etnica di cattolici
Carlo Cardia
Il nostro è ormai un tempo che divora tutto e tutto dimentica, a
cominciare dalle vittime inermi che non hanno forza e voce, e possono
vantare solo il proprio martirio. Questa realtà si sta riproponendo in
Medio Oriente dove i cristiani vivono e muoiono come in una terra di
nessuno, nell'indifferenza del mondo. Essi subiscono persecuzioni nel
Sudan e nel Darfur, patiscono attentati e uccisioni in Iraq e in altri
Paesi. Ovunque vivono nell'attesa del peggio.
Queste sono solo le punte di processi più lunghi e sotterranei in atto
in Libano, in Palestina, in altre aree della regione, dove le comunità
cristiane, costrette all'emarginazione, si vanno riducendo fino a
rischiare l'estinzione. È in atto una strategia di svuotamento e di
virtuale annientamento di popolazioni ed esperienze storiche di antica
tradizione cristiana. Quasi una pulizia etnica capace di cambiare la
geografia religiosa di Paesi che hanno mantenuto per secoli, nonostante
tutto, un pluralismo interno significativo.
Contro questo genocidio strisciante si è levata più volte la voce di
Benedetto XVI, del patriarca caldeo di Baghdad, di personalità
ortodosse, per dire al mondo ciò che sta avvenendo. Ma la risposta è
stata sino ad oggi il silenzio di Stati e governi, uomini e movimenti
politici, nei Paesi arabi ma anche in Occidente e in Europa.
Le responsabilità dei Paesi arabi sono evidenti perché il problema è
lasciato alla dinamica delle morti e delle persecuzioni. Nel Darfur le
migliaia di vittime sono addebitate alla situazione di caos e di
terrore della regione. In Libano l'abbattimento dei cristiani, giunti
ormai ad essere meno della metà della popolazione del Paese, sembra il
frutto spontaneo del deperire della sovranità nazionale. In Iraq gli
attentati sono addebitati ad un dopoguerra che non finisce mai.
Le istituzioni europee, e i nostri Stati nazionali, gareggiano tra chi
riesce più in fretta ad archiviare gli eventi, non parlandone e non
facendo nulla per arginare la scomparsa d
ei cristiani, della loro cultura e testimonianza religiosa. Ci si
abitua nuovamente alla banalità e all'enormità del male.
Il 10 maggio scorso il Parlamento europeo ha votato un documento nel
quale per la prima volta ha parlato di reciprocità, auspicando che nel
mondo arabo si rafforzi il rispetto della libertà religiosa, delle
diverse tradizioni, e si tutelino i diritti umani come avviene
nell'Unione europea. A questo auspicio non è seguito nulla. Nessun capo
di governo, o istituzione comunitaria, nessun movimento politico ha
fatto alcunché. Non sono state avanzate proposte, né si sono inviati
osservatori per vigilare e chiedere la salvezza di tanti uomini e
donne. Si è scelto di tacere e si è fatto il deserto della parola
mentre si sta realizzando un deserto di vite umane, di culture, di
religioni.
Eppure tante cose si potrebbero fare, come è stato suggerito da
Benedetto XVI e dai vescovi della regione. Si può denunciare quanto sta
avvenendo di fronte al mondo intero. Si può realizzare un incontro
multilaterale per proporre soluzioni immediate di salvaguardia. Si può
chiedere un impegno strategico degli Stati della regione sulla base
delle carte internazionali dei diritti umani. Si potrebbe, insomma,
fare ciò che si fa quando si vogliono fermare aggressioni e aggressori,
per una politica di tutela di minoranze a rischio di scomparsa.
Riflettiamo su un ultimo aspetto. In Europa si chiede spesso di
riconoscere, e porre rimedio ai massacri e ai crimini del passato. Ma
ciò diviene del tutto ipocrita, se non ci si impegna nel fermare i
massacri e i crimini del presente, che avvengono sotto i nostri occhi.
Di questi non potremo mai accusare altri se non noi stessi, la nostra
società sazia e distratta, la voglia di vivere in una tranquillità
egoista, fondata sul sacrificio dei più deboli e indifesi.
Una storia che mi appassiona da oltre tre anni. La possibilità per gli abitanti esclusi dal capitalismo occidentale di avere un Pc per studiare. La possibilità per migliaia di studenti di immagazinare i loro dati, fare delle ricerche... molte volte tale possibilità è per studenti che dopo aver lottato con le unghie e con i denti per trovare il denaro sufficiente a pagare l'iscrizione scolastica, non ne hanno altro per comprare un libro... La Microsoft è la più grande nemica di questo progetto, arrivando ad inventarsi un Pc con una scheda ricaricabile... I governi occidentali non si interessano a tale progetto, il quale non ha nessun ritorno economico per loro. Alan Kay è uno di quei sognatori per il quale dobbiamo benedire Dio. segue l'articolo tratto da Repubblica.it
Lo scienziato laureato honoris causa all'università di Pisa "Se punta sull'aspetto sociale e educativo, è davvero utile"
Alan Kay e il laptop da 100 dollari "La vera rivoluzione informatica"
PISA - La vera rivoluzione informatica? I computer da 100
dollari pensati per i bambini del terzo mondo. Ne è convinto
l'americano Alan Kay, una delle menti più brillanti della storia
dell'informatica. E se lo dice lui, che è uno dei padri dei computer di
oggi, c'è da fidarsi.
Figlio della "grande onda
californiana", cui appartengono anche Steve Jobs e Bill Gates, che
reinventò il computer negli anni '70, fu l'inventore della
programmazione a oggetti, delle interfacce grafiche e del concetto
stesso di laptop. Oggi, l'Università di Pisa ha deciso di premiare il
suo apporto alla scienza informatica conferendogli una laurea honoris causa.
E nella sua "Lectio Magistralis" ha presentato al pubblico italiano un
prototipo del laptop che ha pensato insieme a Negroponte, e ha spiegato
perché la "la vera rivoluzione" passerà proprio per il progetto One Laptop Per Child.
"Il personal computing di oggi - ha detto - è congelato al livello di
imitazione di altri medium: è un sostitutivo di carta, registrazioni,
film e tv. La colpa è senz'altro da attribuire agli interessi
commerciali, ma anche e soprattutto a un vecchio modo di vedere i
media".
La vera rivoluzione, invece, punterà
sull'aspetto sociale ed educativo delle nuove tecnologie. E,
soprattutto, sulle infinite possibilità creative che offrono. "Sono le
nuove idee e i nuovi modi di pensare - ha detto - ciò di cui i bambini
del mondo hanno bisogno, e un computer per bambini è necessario per il
fatto che questo è adesso il modo migliore per apprendere queste nuove
idee, oltre a essere molto meno costoso della carta per i libri e di
altri media conversazionali".
Ma attenzione, avverte Kay. "Un
computer, per quanto innovativo e accessibile, non è sufficiente. E'
solo un mezzo che permette di imparare, costruire, esplorare e, in
definitiva, di fare esperienze ed essere creativi. Il progetto One Laptop Per Child
è encomiabile, ma potrebbe diventare un modo per i Paesi ricchi di
sentirsi a posto con la coscienza senza aver fatto realmente qualcosa".
"Possiamo abbattere quasi interamente i
costi per la produzione di computer simili. Tanto da rendere possibile
addirittura il personal computer da 50 dollari. E possiamo facilmente
costruire 5 milioni di laptop entro l'autunno", ha sottolineato nel suo
intervento, "ma non esiste nessuna nessuna somma di denaro ci
permetterebbe di produrre per la stessa scadenza anche solo mille
insegnanti con la conoscenza e le abilità richieste".
Ciao
cari amici, oggi tento di mettere ordine in un susseguirsi di pensieri,
emozioni che si susseguono, muovono nel mio cuore e nella mia mente.
Oggi
è un bel giorno per riflettere, per pensare. Essendo la prima domenica del mese
ho anche del tempo libero, oggi è il giorno della riunione dei catechisti,
quindi tutte le attività della parrocchia sono ferme. La riunione è terminata e
nella mia mente ci sono delle parole, dei pensieri figlie di un libro che sto
leggendo, il quale racconta l’Angola coloniale. Ci sono le immagini e le
sensazioni forti che mi sono state regalate da un film: “Blood diamond”. Ci
sono poi le sensazioni datemi dall’incontro con un confratello salesiano, Don
Carlo, in visita dall’Italia e con un cooperatore salesiano, Massimo. Ieri
abbiamo passato la giornata insieme, camminando per Luanda, andando nel centro
di catechesi che coordino, visitando velocemente la mia prima casa angolana, la
Lixeira.
Ho
fatto il pieno d’emozioni. Stavo pensando, riflettendo e non vi nascondo che le
emozioni sono esplose, e due calde lacrime mi hanno fatto sorridere. Provo a
mettere ordine e a condividere qualcosa ok?
La
nostra vita a Luanda non è facile, vengo da un mese di malattia: malaria,
infezione virale, ed in ultimo, appena terminata un’intossicazione abbastanza
seria. Ieri per la prima volta dopo un mese sono tornato abbastanza efficiente,
abbastanza per muovermi nella città. Il mio corpo è ancora debole, ma riesco
finalmente ad avere una buona autonomia, due ore di sonno nel pomeriggio e
“funziono”. La mattina vado a prendere i due all’aeroporto. Escono tutti tranne
loro; è successo qualcosa J. Parlo con la guardia all’ingresso e chiedo di poter
entrare e vedere se i miei “due” hanno dei problemi con il visto o non so che.
La guardia, molto comprensiva, accetta di farmi entrare, devo solo lasciargli
un “matabicho”, una colazione, o meglio una tangente. Lo guardo sorridente e
gli spiego chi sono, dove vivo… entro senza pagare la tangente.
Il
problema è semplice e normale grazie a Dio, non ci sono i bagagli, sono rimasti
a Lisbona. Andiamo a casa, celebriamo la Santa Eucaristia. Usciamo ed andiamo
un po’ in giro per il quartiere. Don Carlo è negativamente colpito dallo stato
della città. Non si aspettava quello che vede, strade fatiscenti e macchine di
lusso. Donne sedute sui bordi della strada polverosa, vendono banane e frutta
varia, alle loro spalle negozi che vendono bei prodotti per arredare un
ufficio. I suoni sono i soliti, taxista che gridano il nome della loro
destinazione, clacson, polvere, musica. Andiamo a pranzo e subito dopo una
visita nel mio centro di catechesi. Altre sorprese per don Carlo: la catechesi
la facciamo in una scuola messa a nostra disposizione. La scuola esternamente
non dà una brutta impressione, entrando la si trova purtroppo molto peggio,
sporca, senza prese per la luce. Alle sue spalle una lussuosa palestra.
Arrivano i ragazzi e sono loro stessi a pulire la scuola, polvere ovunque ma
dopo pochi minuti le sale sono accettabili e l’ingresso in grado di accogliere
i ragazzi per la “buona notte salesiana”, il buon pensiero prima delle attività.
Prima di questo si danza, si canta, si gioisce: siamo la famiglia salesiana! Il
clima è bello, i volti sono sorridenti. Don Carlo, parroco in Italia sostiene
che dobbiamo conservare questi sorrisi, il desiderio di incontrarsi per
conoscere Gesù. Afferma che in Europa non è sempre così, sostiene che l’Europa
ha bisogno di questa gioia cristiana che vede, l’Europa ha bisogno di essere di
nuovo evangelizzata, sarebbe bello se iniziasse con la gioia che gli stiamo
mostrando. Lasciamo il mio centro e ci spostiamo velocemente nella Lixeira. Don
Carlo non crede ai suoi occhi, l’estensione della favelas, le condizioni delle
strade, delle case. È scioccato dalla sofferenza che questo luogo “emana”.
Dopo, quando incontriamo il “popolo”, questa sofferenza, shock, iniziale
scompare. Il suo volto si distende in un caldo sorriso, le mani stringono altre
mani. Il calore angolano lo pervade. Lui antico missionario in Brasile vibra,
vibra con i bambini che corrono allenandosi nel campo, con le bambine che
saltano la corda, con le sale di catechesi, con le mamme che puliscono le
scale. Gli odori, i suoni assumono un “sapore” diverso. Sono contento che stia
vivendo l’incontro con la nostra gente, un incontro che significa coloro che
incontra, che fa scomparire l’indegna realtà della favelas, lasciando l’uomo,
capace di sorridere, accogliere, amare, simpatizzare in una realtà che pochi
minuti prima era solo orrorifica. La sera c’incontriamo nell’ambasciata
Italiana. Festa dell’indipendenza. Molti volti, incontri di natura diversa.
Incontro un caro amico. Sta lasciando un lavoro dopo tanti anni. Ha lavorato
per diversi anni al servizio di un italiano. Un lavoro svolto con serietà,
passione, impegno, onestà. Ha ricevuto ora la possibilità di un altro lavoro,
gratificante non solo per lo stipendio, ma per quello che può significare: la
possibilità con le sue qualità di aiutare il suo paese, in quanto sarà un
lavoro nel servizio pubblico. Gli faccio i miei complimenti; parliamo. Mi
racconta di come il suo vecchio datore di lavoro non abbia apprezzato le sue
“dimissioni”. Di come reputi inutile il suo sogno di poter essere utile
all’Angola attraverso il suo lavoro. Suona come “qui in Angola non si può far
nulla, tutto sarà sempre così”. Mi sono vergognato d’essere italiano, di avere
a che fare per l’ennesima volta con un connazionale, colonizzatore al servizio
del suo egoistico pensiero, incapace di credere nell’uomo, nell’angolano
risorsa e ricchezza dell’Angola. Torno alla riunione dei catechisti di questa
mattina. Non erano presenti in molti in verità, circa una novantina, mancavano
secondo me intorno ai 70 catechisti circa. Poco male, abbiamo lavorato sodo lo
stesso. Abbiamo riflettuto sulla sacralità della vita e del creato. Di questo
dono immenso di cui dovremmo essere non solo coloro che ne usufruiscono, ma
anche coloro che proteggono tale vita, il creato a noi affidato. Abbiamo
riflettuto su come l’uomo dimentichi questo, sul colera figlio dell’egoismo di
politici che inseguono il loro conto in banca, non costruendo fogne. Abbiamo
riflettuto su com’è triste vedere una bambina di 13 anni prostituirsi, perché
non ha una famiglia che si prenda cura di lei, che la guidi, la consigli, la
protegga. Abbiamo riflettuto su come noi cristiani dobbiamo essere testimoni
vivi dell’amore di Dio, denunciando il male e combattendolo, non solo
evitandolo. È stato per me importante sentire i pensieri chiave d’ogni gruppo
di lavoro, le loro sintesi. Una volta ancora mi sono convinto di come l’Angola
abbia bisogno del messaggio di Cristo, di come tale messaggio sappia parlare a
tutti i cuori, di come sa risvegliare i cuori. La nostra è stata una riunione
calda, dove ci siamo lasciati guidare dalla strenna del Rettor Maggiore, don
Chavez, e dalla parola di Dio che l’ha ispirata, concludendo in una sana
circolarità, con la Parola di Dio: essa ci invita a essere uomini coraggiosi,
capaci di amare accogliendo, di rispondere al male con il bene. Uomini senza la
paura di testimoniare il nostro credo. Uomini che trovano in Cristo il modello
dell’uomo solidale, sostenibile, accogliente, rispettoso dell’altro e pronto a
sostenerlo. Non so, ho scritto quasi due pagine, in maniera confusa, ma c’è
tutto il pieno di questi giorni. Il desiderio di vivere, dopo aver sperimentato
ancora una volta il corpo che malato, si blocca e “vive” al minimo. Il
desiderio di condividere, di “fare” la vita buona, di lottare con altri per
creare questa vita buona, sotto lo sguardo amante di Gesù, l’unico che può
convertire il cuore malato e oscuro dell’uomo incapace di credere e sostenere
suo fratello.