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agosto 2007 l'ennesima vergogna italiana, Kagame. Da un articolo di Nigrizia.La premiazione di ieri di Paul Kagame come “Abolizionista 2007 della pena di morte” voluta dall’associazione “Nessuno Tocchi Caino” ha suscitato polemiche e dibattito per la figura controversa del presidente rwandese. Dopo l’intervento su Nigrizia.it di padre Aurelio Boscaini, un altro missionario comboniano, padre Tonino Falaguasta Nyabenda, studioso dell’Africa dei Grandi Laghi da oltre 40 anni, si dice scandalizzato per l’assegnazione del premio e racconta altri “particolari” sulla responsabilità del leader rwandese nel genocidio del ’94 e nella morte di milioni di persone nell’Rd Congo negli anni seguenti.
«Visitando il sito di Nigrizia, scopro con sorpresa che a Paul Kagame, presidente del Rwanda, è stato dato il premio da “Nessuno tocchi Caino” per l’abolizione della pena di morte in quel paese. Apro i siti-web www.gov.rw e rwanda.rw noto che si parla, con parole magniloquenti, della visita in Italia del presidente e dell’accoglienza riservatagli. Leggendo, in particolare, il testo in kinyarwanda, si nota la grande soddisfazione del governo rwandese (il sito è ufficiale) per tutte queste attenzioni di cui è oggetto Paul Kagame.
Ma il passato è passato? La storia di questo uomo – e della mafia che gli gira attorno – è conosciuta in Italia? Ho l’impressione che il nostro governo (a consegnare il premio è stato il presidente del consiglio Romano Prodi) non sappia nulla – o non voglia saper nulla – oppure abbia progetti politici inconfessabili per quel che riguarda il Rwanda e il suo presidente.
Paul Kagame, fuggito in Uganda al tempo della rivoluzione del 1959, anche se era bambino, ha conservato nel cuore il desiderio della vendetta e della rivincita. In Uganda ha appoggiato la presa di potere, con la violenza, di Yoweri Museveni. È stato per diversi anni capo dei servizi segreti del paese vicino. Poi, al momento opportuno, ha chiesto all’amico Museveni l’aiuto promesso.
In effetti, gli attacchi contro il Rwanda e il suo presidente Juvénal Habyarimana partivano dall’Uganda; da Kampala venivano le armi, i missili, gli elicotteri a visione notturna, ecc., che permisero a Kagame di rosicchiare un pezzo alla volta il nord del Rwanda.
La vera guerra per la conquista di Kigali cominciò già nel 1990, con la conquista di Byumba e con la pulizia etnica del territorio circostante. Dio solo sa quanti camion di cadaveri furono scaricati nel parco della Kagera e dati in pasto ai leoni e alle iene, o buttati nel fiume dello stesso nome... Cadaveri di oppositori, evidentemente hutu. Tanto da provocare la reazione della Francia di Mitterand con l’“Operazione Turquoise”.
E veniamo all’aprile 1994. Si trattava di fare delle scelte importanti. Per conquistare Kigali bisognava sbarazzarsi di Habyarimana. Il Presidente rwandese aveva già firmato l’accordo di Arusha, con il quale si dava spazio ai tutsi nella vita politica e sociale del paese. Ma per Kagame e la sua cricca questo non bastava. Kagame arrivò a dire che 50mila morti della sua etnia era “un prezzo più che accettabile per la conquista di Kigali”: morti che sarebbero stati il frutto della rappresaglia della gente per la fine di un’epoca a dominazione hutu incarnata da Habyarimana.
L’attentato dell’aereo presidenziale del 6 aprile 1994 fu preparato con cura. I missili furono forniti dagli Stati Uniti, via Uganda. L’intervento del presidente tanzaniano Julius Nyerere fu fondamentale per convincere Habyarimana a salire sull’aereo che lo portava a Kigali. Habyarimana era sempre stato una persona molto prudente...
Si farebbe bene a leggere il libro di Pierre Péan, Noires Fureurs, Blancs Menteurs (“Furie nere, bianchi bugiardi”) per capire quello che è successo veramente nel 1994. Molte cose, comunque, rimangono note solo a una ristretta cerchia di amici di Kagame. Appena l’attuale presidente del Rwanda sospetta che qualcuno non mantiene il segreto, lo fa eliminare, in qualunque parte del mondo egli si trovi.
Kagame, inoltre, ha avuto un ruolo importante nella caduta di Mobutu e nella conquista del potere da parte di Laurent-Désiré Kabila, padre dell’attuale presidente dell’Rd Congo. Ricordo solo il campo profughi di Goma (nella regione del Kivu, nell’Rd Congo) dove erano ammassati due milioni di rwandesi fuggiti alle stragi dell’esercito di Kagame. Nel 1997 furono attaccati e inseguiti per tutto il territorio congolese. Solo poche migliaia riuscirono a rifugiarsi nel Congo-Brazzaville e nella Repubblica Centrafricana, attraversando fiumi e foreste... a piedi (mi dicevano i rwandesi rifugiati a Bangui), perché le scarpe si consumavano in fretta.
E oggi il presidente del Rwanda viene in Italia ed è ricevuto con tutti gli onori, come se nulla fosse successo nel suo paese in questi ultimi vent’anni. Come se in quel suo paese ci fosse una vera vita democratica. Sono inorridito ed esterrefatto! Un uomo che ha sulla coscienza milioni di morti, che dirige il suo paese con il pugno di ferro e richiama alla mente i dittatori di storia recente o passata, riceve addirittura un premio da chi si definisce difensore dei diritti umani e della pace.
agosto 2007 Ciao Xico! Ciao Mamme!Ieri Irmão Francisco ha compiuto il suo ultimo viaggio verso un villaggio dell’interno. La sua jeep si è schiantata contro un baobab. Sono morte con lui 4 mamme della mia vecchia comunità della Lixeira. Stavano viaggiando verso una regione dell’interno chiamata Mussende. Da tempo la mia vecchia comunità invia alfabetizzatori, catechisti, carpentieri… chiunque volontariamente si mette a disposizione per aiutare i fratelli con meno opportunità dell’interno del paese. La nostra famiglia salesiana sta piangendo questo fratello e queste sorelle che per amore hanno dato tutto. Voglio salutarli anche da questo blog. Ciao Francesco, porta il tuo sorriso, non riuscivi a nasconderlo neanche con la barba lunga… la tua disponibilità, la tua dedizione in paradiso.
Il Signore vi accolga e benedica. agosto 2007 Fare memoria per migliorare?Luanda 14- 08.2007
Salve cari amici, spero che tutti voi stiate in salute e in buona forma, fisica e spirituale. Oggi ho dei pensieri strani che vagano, si rincorrono, si cercano in qualche modo, nella mia mente. Avete mai perso un amico caro? Una persona per voi importante? A me è accaduto molte volte, forse troppe. Persone alle quali ho voluto profondamente bene, con le quali ho condiviso cose importanti, momenti importanti della mia vita. Oggi me ne sono tornati in mente diversi, volti che si rincorrevano: Teo, amico della mia adolescenza, un fratello con il quale bastavano gli sguardi per capirsi, non servivano parole. Luisa, una donna che tanto ha sofferto nella vita, ma che tanto bene ha cercato di fare e di donare. A me ne donò molto, attraverso sorrisi e risposte al momento giusto, specialmente nella mia adolescenza, turbolenta e distruttiva. Ce ne sono tanti altri, mio cugino Nino, Carmine, Giuseppe, Engles… tanti. Ognuna di queste morti fu un grande trauma, uno shock, un dolore tremendo. Imparai cose buone per vivere da ognuna di queste perdite, il dolore infatti se “attraversato”, non solo subito senza reagire, sopportato diciamo, insegna a vivere. Ho appreso grazie a Cristo che non sono neanche separato da ciascuno di loro, il mio farne memoria non è solo un atto di pietà dovuto, ma un colloquio affettuoso che continua. So che sono in Cristo, che mi sono presenti, follia? Per me no. Pensando a loro oggi, riflettevo su molte cose. Una è quella dall’”imparare” anche dalla morte. Mi sono e mi domando, se questo è vero, perché allora l’uomo in generale e non solo in particolare non sembra apprendere? Quanti morti nel mondo, guerre, malattie, violenze. Qui a Luanda ho un micro-cosmo continuo di violenze. Le strutture sanitarie, i servizi per l’istruzione sono stati devastati da 30 anni di guerra, in un paese dove il 60% della popolazione è costituito da bambini! Quasi la metà non può frequentare la scuola e più volte ho parlato del problema corruzione nella scuola; un 45% di questi è malnutrito ed un quarto muore dopo aver compiuto 5 anni. Le morti di questi bambini stanno insegnando qualcosa all’egoismo dell’uomo, occidentale o africano? L’Angola è il paese con il secondo maggior tasso di mortalità al mondo, eppure non sembra che si stia imparando molto. Il Governo sta muovendo dei passi, ma sono insufficienti. Le ONG, la Chiesa Cattolica da anni si spendono per migliorare questa situazione, ma è ancora dura, fanno molto, ma il molto non è sufficiente per risolvere il problema. Tutto questo accade in un paese che è il terzo maggior produttore di petrolio del continente africano (dopo la Nigeria e alla pari con la Libia). L’Angola è ricca di minerali, diamanti, ferro , petrolio, manganese, fosfato, sale, mica, piombo, oro, argento, platino, uranio; eppure non c’è luce elettrica, acqua per tutti. L’età media è 18 anni, speranza di vita intorno ai 40 anni, AIDS all’8%. Perché non si è imparato dai morti della guerra? Dalle morti quotidiane per malaria, colera, marburg? Siamo intossicati da novelas brasiliane, da paraboliche che gridano in inglese, da macchine di lussi sfrenato che arrivano dall’estero. Tutto questo impedisce di udire e vedere il fratello che non ha il denaro per andare in bus, per comprare il cibo. La civiltà occidentale cosa ci sta insegnando? Uomini, donne, bambini muoiono. Ne faccio memoria, li tengo presenti a me. Prego per loro e chiedo di apprendere ancora, apprendere come amare, come difendere, come promuovere, come impedire altro male. Molti mi dicono che sono troppo “utopico”, forse è vero. Non mi accontento però del “succede così, anche se non c’è un perché”. Non sono d’accordo, il perché è l’egoismo dell’uomo, incapace di chiedere all’altro come sta, di cercarlo, di farlo parte della sua vita. I nostri ragazzi chiedono questo, di sguardi, di mani, di persone che si prestino ad esserci. Vogliamo costruire opportunità, affinché si possa avere speranza. Per cambiare il mondo non servono persone intelligenti, occorrono opportunità per tutti, possibilità, occasioni, condizioni adatte ad aprire spazi nella propria mente. Mentre scrivo questo, i volti di tanti amici, di tanti insegnanti di vita, appaiono, molti di loro mi hanno insegnato questo, da quelli morti di AIDS, o in un incidente, o di tumore, o di morte naturale, o di violenza o di non condizioni umane per vivere. Continuo a fare memoria, e da questa trovo forza e desiderio di cambiare il metro quadrato intorno a me. Non dobbiamo dimenticare, non dobbiamo smettere di apprendere, di amare. Lo dobbiamo a tutti coloro che ci hanno preceduto ed ancora ci aspettano. Non posso non imparare a rispettare, amare la vita dalle violenze e ingiustizia che ogni giorno si perpetrano, qui come in troppi altri luoghi del mondo. Scelgo di continuare ad essere un utopico, un sognatore, un credente nelle parole di Cristo e lottare affinché queste siano diritto di tutti, e dignità per tutti. Lui la morte l’ha vinta e resa porta per la nuova vita. Ciao a tutti. Stefano Francesco
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